Tendini: salute e performance

All’estremità di ogni fibra muscolare, la membrana plasmatica si fonde con una struttura fibrosa che si inserisce nell’osso (o sulla pelle), questa struttura è il tendine.

Definizione generale

I celebri ricercatori Wilmore e Costill nel libro Fisiologia dell’esercizio fisico e dello sport definiscono i tendini come strutture fatte di corde fibrose (o fili) di tessuto connettivo che trasmettono la forza generata dalle fibre muscolari alle ossa, creando così movimento. I tendini sono formati da fibroblasti e matrice extracellulare. I primi sintetizzano sostanze della matrice extracellulare, ossia il collagene (sostanza resistente) e l’elastina (sostanza più elastica).

Come riporta uno studio di qualche anno fa [1], il tendine aiuta a facilitare il movimento e la stabilità articolare attraverso la tensione generata dal muscolo. I tendini possono anche immagazzinare preventivamente l’energia che poi sarà utilizzata per dei movimenti successivi. Ad esempio, il tendine di Achille può immagazzinare fino al 34% della potenza totale della caviglia.

Salute

Le fibre di collagene citate poco prima, sono fondamentali per fornire resistenza alla trazione del tendine. La disposizione parallela delle fibre di collagene fornisce resistenza al tendine permettendole di sperimentare grandi forze di trazione senza subire lesioni [2]. Quando un tendine sperimenta livelli di stress da carico superiori alla sua fisiologica capacità di trazione si verificano micro o macrotraumi, anche se difficilmente l’allenamento della forza porta a lesioni serie.

Come ampiamente spiegato in passato (qui), la solidità dei tendini è in buona parte legata a fattori genetici individuali, quindi legati alla nascita e non modificabili. Pertanto con un corretto allenamento si può migliorare ma solo fino a un certo punto.

Classificazione degli infortuni tendinei ( Brumitt J. et al., 2015)

In caso di gravi danni al tendine, come una sua rottura dello stesso, il movimento è seriamente compromesso (perdita totale, o quasi).

Letture consigliate
- Genetica e predisposizione agli infortuni
- Traumatologia e sport (1/3): infortuni, tessuti, entità delle lesioni e statistiche
- Traumatologia e sport (2/3): fratture, distorsioni e infortuni muscolari
- Traumatologia e sport (3/3): tendinopatie, terapie e prevenzione degli infortuni
Adattamento, allenamento e performance

Come evidenziano studi condotti sia sugli uomini che sugli animali, l’allenamento contro resistenze (pesi) è in grado di aumentare la rigidità dei tendini [3,4]. I tendini, sul lungo periodo, rispondono all’allenamento con i sovraccarichi aumentando il numero e la densità delle fibrille di collagene [5,6].

Come riportato in letteratura scientifica [7] i tendini durante un ciclo di accorciamento-stiramento e durante le contrazioni isometriche massimali possono allungarsi fino dal 6 fino al 14%, inoltre se il tendine è lungo i fascicoli muscolari si allungano di meno. Un tendine più rigido è più prestante (assicura maggior potenza e velocità nei movimenti) ma è più soggetto agli infortuni.

Qui sotto un riassunto di quanto detto finora.

Conclusioni

I tendini si adattano meno rapidamente dei muscoli agli stimoli allenanti, pertanto è sempre buona cosa ricordarsi che il tempo da dare all’organismo affinché esso recuperi e si adatti ai carichi di lavoro non è solo utile per il tessuto muscolare. Anche perché bisogna tenere a mente che spesso molti infortuni sono proprio di origine tendinea.

Non si può non prendere in considerazione queste informazioni se si compila una scheda di allenamento o si lavora con degli atleti infortunati.

Grazie per l’attenzione.

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Referenze

[1] Brumitt J. et al. – Current concepts of muscle and tendon adaptation to strength and conditioning (2015)

[2] Lieber R. L. – Skeletal Muscle Structure, Function, and Plasticity (2010)

[3] Woo S. L. et al. – The effects of exercise on the biomechanical and biochemical properties of swine digital flexor tendons (1981)

[4] Kubo K. et al. – Effects of resistance and stretching training programmes on the viscoelastic properties of human tendon structures in vivo (2002)

[5] Huxley A. F. – Muscle structure and theories of contraction (1957)

[6] Wood T. O. et al. – The effect of exercise and anabolic steroids on the mechanical properties and crimp morphology of the rat tendon (1988)

[7] Thom J. M. et al. – Passive elongation of muscle fascicles in human muscles with short and long tendons (2017)

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La preparazione atletica e la sconfitta: Georges St-Pierre, Mike Tyson e l’esperienza quotidiana

Scrivo queste brevi riflessioni in una piovosa, e incredibilmente fredda, domenica di fine maggio, spero vi tornino utili. Buona lettura.

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George Saint-Pierre e Mike Tyson ultimi filosofi

Di recente due “miei” atleti – curo la loro preparazione atletica – hanno combattuto nella muay thai (pro) e nel savate (light contact).

Prima di dirvi i risultati vorrei prendere in prestito un discorso fatto dagli amici di Oltre la corda. Dovete sapere che in un’intervista rilasciata qualche anno fa George Saint-Pierre, uno dei più grandi marzialisti di tutti i tempi, disse: «All’interno della UFC abbiamo tutti i VO2 max al meglio della nostra condizione, ma quello che vince è colui che riesci a portar fuori l’avversario dalla propria confort zone e a portalo nel campo dove lui è più forte». Cercando di contestualizzare al meglio, è probabile che il fighter Canadese intendesse dire che anche con un’ottima condizione atletica, la vittoria non è per nulla scontata e che gli avversari che nella sua carriera l’hanno messo più in difficoltà erano (quasi) tutti meno esplosivi o meno resistenti di lui.

Come diceva Mike Tyson, noto filosofo contemporaneo, tutti hanno un piano, fin quando non arriva loro un pungo in faccia. Del resto, quelli da combattimento sono sport di situazione e multifattoriali, ci sono una quantità pressoché infinita di variabili che entrano in gioco, è difficile perdere (o vincere) solo per un motivo in particolare.

Fisicamente eri in salute? Com’eri messo in quanto a rapidità? Forza? Resistenza? Come hai gestito le distanze? La differenza in allungo con l’avversario? La strategia ha funzionato? L’avversario colpiva forte? Era più o meno tecnico di te? La sua strategia ti ha messo in difficoltà? Il peso com’è andato? Psicologicamente ti sentivi pronto? Prima del match eri sereno? Una volta sul ring eri carico? Hai ascoltato i consigli del tuo angolo? Pensi che i giudici abbiano fatto bene il loro mestiere?

Marco Catalano ha vinto al secondo round per TKO, ottenendo così il titolo italiano dei professionisti (cat. pesi massimi leggeri); invece, Roby Laganà ha perso ai punti per decisione maggioritaria.

Ironia della sorte? Il camp del vincitore (Marco) era andato un po’ così così, principalmente a causa di un infortunio muscolare mal recuperato, mentre quello del perdente (Roby) era andato divinamente, nella cosiddetta “fight week” lui si sentiva davvero in forma. Post match ci siamo sentiti ed egli, parlandomi della sconfitta, ci ha tenuto a dirmi che: «La testa non funzionava».

Tirando le somme

Siamo umani, tutto può succedere. In un mio match di grappling affrontai un avversario più forte fisicamente e pesante di me. Ricordo un gran male alla schiena per le proiezioni subite ed una pressione asfissiante a terra (giuro di non aver lottato contro Khabib Nurmagomedov, di questo ne son sicuro). L’incontro stava per terminare, la sconfitta era sempre più vicina, quando a trenta secondi dalla fine riuscii a crearmi lo spazio sufficiente (alleluia!) per piazzare una bella leva articolare alla caviglia. Il mio rivale, per quanto forte e orgoglioso, dovette cedere al dolore e battere la mano a terra in segno di resa. Forse non era un combattimento che mi meritavo di vincere, lui era un po’ più atletico e, fino a poco prima della mia sottomissione, aveva mostrato le migliori cose (takedown potenti, rapidi movimenti di transizione, stabilizzazione e pressione), ma così va lo sport. La resilienza alle volte può stravolgere tutto. Un giorno potrei essere io quello più atletico e più meritevole, almeno in teoria, e perdere. Va messo in conto.

Come sempre, onore e stima per chiunque decida di mettersi in gioco salendo sul ring, tatami o gabbia, indipendentemente dal risultato finale e dall’importanza della competizione.

Al fondo dell’articolo, per chi fosse interessato, lascio un po’ di materiale da leggere. Grazie per l’attenzione!

Ad maiora.

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Letture consigliate

Oltre la corda – Io non credo nella preparazione atletica (2017)

Cravanzola E. – Struttura base di un training camp per sport da combattimento (2017)

Cravanzola E. – Test atletici per sport da combattimento (2017)

Cravanzola E. – Preparazione atletica per lotta e grappling: una panoramica generale (2018)

Cravanzola E. – Esercizio fisico, benessere psichico e depressione: un po’ di evidenze scientifiche (2018)

Graziano S. – Le caratteristiche del Fighter (2018)

Cravanzola E. – Gli infortuni nel pugilato e nelle MMA (2019)

Zonalocale – Muay thai, Marco Catalano è campione d’Italia (2019)

Il legame fra la carenza di sonno e la voglia di cibo spazzatura

Come molti già sapranno è fondamentale avere un buon sonno, sia in termini quantitativi che qualitativi, per godere di un buono stato di salute.

Perfino gli infortuni sportivi solo correlati ad un cattivo riposo.

Lo studio in questione

Come segnalato dalla rivista italiana Le Scienze, alcuni ricercatori della Clinica Universitaria di Amburgo-Eppendorf e dell’Unìversità di Colonia (Germania) hanno pubblicato un articolo sul Journal of Neuroscience [1] che ha messo in evidenza meccanismi cerebrali legati alla voglia di cibo “sporco” (junk food).

In passato erano state notate in più occasioni delle variazioni ormonali che portavano a desiderare alimenti di un certo tipo, questo studio però entra più nell’ambito neuroscientifico.

Cosa accade e perché

Amigdala e ipotalamo, fra le altre cose, si occupano del famigerato “sistema della ricompensa“. Basta dormire poco anche solamente una o due volte per far cadere il cervello in questo tranello della ricompensa. Insomma, una carenza di sonno porta queste due componenti ad essere stimolate ben più del normale qualora i nostri occhi si posino sui cibi che, in un’ottica edonistica, più ci soddisfano.

L’amigdala in particolare, se sovrastimolata, porta a far prediligere alle persone cibi notoriamente molto calorici (ricchi di zuccheri e grassi).

Letture consigliate per approfondire:
- Endocrinologia e sport (1/3)
- I macronutrienti: tipologie e caratteristiche
- Energia e sport
- L'alimentazione per lo sport e la salute: quello che c'è da sapere
- Endocrinologia per le scienze motorie (Lenzi A. e coll., 2008)

Uno studio americano pubblicato qualche mese prima ha fatto notare come le persone in sovrappeso abbiano un’amigdala un po’ più grossa del normale [2]. Questi soggetti cadono in un circolo vizioso che, sia per meccanismi ormonali che mentali, le porta a mangiare sempre più del dovuto. Questa situazione spesso e volentieri sfocia nel patologico (obesità).

Conclusioni

Tirando le somme, appare chiaro come un sonno regolare e duraturo (almeno 7-8 ore) sia necessario non solo per alzarsi più riposati e meno stressati alla mattina ma anche per godere di una buona composizione corporea, e quindi salute.

Grazie per l’attenzione!

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Referenze

[1] Rihm J. S. et al. – Sleep deprivation selectively up-regulates an amygdala-hypothalamic circuit involved in food reward (2018)

[2] Vainik U. et al. – Neurobehavioral correlates of obesity are largely heritable (2018)

Le Scienze – La carenza di sonno aumenta la voglia di Junk Food (2018)

Robert D. Vorona et al. – Overweight and Obese Patients in a Primary Care Population Report Less Sleep Than Patients With a Normal Body Mass Index (2005)

Traumatologia e sport (3/3): tendinopatie, terapie e prevenzione degli infortuni

Quella che segue è la terza ed ultima parte della breve serie di articoli sulla traumatologia sportiva. La prima parte è recuperabile qui e la seconda a questo link.

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Tendinopatie

Le tendinopatie sono patologie di tipo degenerativo che, talvolta, possono prevedere un processo infiammatorio nelle fasi iniziali (prime settimane). Le evidenze scientifiche hanno stabilito che la loro eziologia è multifattoriale (D. Factor e coll.).

Possiamo distinguere principalmente quattro tipologie di tendinopatie: tendinosi, tendinite/rottura parziale, paratenonite e paratenonite con tendinosi.

  • La tendinosi è una degenerazione intra-tendinea (patologia cronica), dovuta generalmente all’invecchiamento ed a micro-traumi. Non è necessariamente sintomatica.
  • La tendinite è invece una degenerazione sintomatica del tendine che consiste parziali rotture ed una successiva risposta infiammatoria riparatoria.
  • Paratenonite, infiammazione dello stato esterno del tendine (il “peritenonio” è una membrana elastica che riveste i tendini che non hanno guaina tendinea e che permette lo scorrimento del tendine).
  • Infine, la paratenonite con tendinosi è una patologia che può associarsi con aspetti di degenerazione intra-tendinea.
Trattamenti per gli infortuni

Veniamo ora ai principali protocolli con cui vengono trattati gli infortuni sportivi (terapie di recupero).

Protocollo R.I.C.E.

Rest: mettere a riposo la parte del corpo infortunata; cercare di non farla lavorare (eventuale uso di stampelle).

Ice: applicare ghiaccio per le successiva 4 ore ma non in maniera continuativa (20-30 minuti di ghiaccio per ogni ora).

Compression: effettuare un bendaggio (elastico) per controllare il gonfiore.

Elevation: mantenere la parte interessata al di sopra del livello del cuore.

Protocollo P.R.I.C.E.

Protection: proteggere la persona infortunata, fermare il gioco (ad esempio una partita di rugby), portare l’atleta in una zona sicura.

Rest: mettere a riposo la parte del corpo infortunata; cercare di non farla lavorare (eventuale uso di stampelle).

Ice: applicare ghiaccio per le successiva 4 ore ma non in maniera continuativa (20-30 minuti di ghiaccio per ogni ora).

Compression: effettuare un bendaggio (elastico) per controllare il gonfiore.

Elevation: mantenere la parte interessata al di sopra del livello del cuore.

Protocollo P.O.L.I.C.E.

Protection: proteggere la persona infortunata, fermare il gioco e portare l’atleta in una zona sicura.

OL (optimal loading): significa sostituire al più presto possibile il riposo (dannoso se troppo duraturo) con la mobilizzazione, assicurando il carico adeguato nelle varie fasi del trattamento della lesione per una efficace riabilitazione.

Ice: applicare ghiaccio per le successiva 4 ore ma non in maniera continuativa (20-30 minuti di ghiaccio per ogni ora).

Compression: effettuare un bendaggio (elastico) per controllare il gonfiore.

Elevation: mantenere la parte interessata al di sopra del livello del cuore.

Protocollo M.E.A.T.

Movement: il movimento controllato degli arti interessati può stimolare il flusso sanguigno, ridurre la formazione delle fibre collagene impropriamente allineate (tessuto cicatriziale) e quindi migliorare effettivamente il recupero.

Exercise: il concetto di esercizio qui è strettamente legato al movimento precedentemente già descritto. Attraverso una controllata ed opportuna prescrizione di esercizi si avranno le potenzialità per migliorare il recupero.

Analgesics: analgesici naturali per controllare il dolore e non FANS (anti-infiammatori non steroidei), visto che questi ultimi rischierebbero di inibire il processo di guarigione.

Treatment: trattamenti fisioterapici di vario tipo che vanno ad incrementare il flusso sanguigno e quindi a favorire il processo di guarigione.

Prevenzione infortuni

Mentiremmo se dicessimo che esiste un modo unico ed infallibile per evitare di infortunarsi, purtroppo. Le patologie che possono colpire muscoli e articolazioni sono innumerevoli e spesso sono scollegate dalla pratica, più o meno intensa, di attività fisica.

Fattori come, per esempio, l’invecchiamento e la predisposizione genetica sfuggono al nostro controllo. Tuttavia, con la giusta dose di esercizio fisico è possibile rinforzare il tessuto muscolare e, in secondo luogo, le strutture articolari, diminuendo il rischio di farsi male.

La prevenzione infortuni può dipendere da fattori che derivanti dalla persona in questione, da altri che non dipendono da essa e da altri fattori ancora, inerenti le attrezzature e l’ambiente esterno.

I primi sono lo stile di vita, l’alimentazione, la preparazione fisica, tecnica e psicologica, il sonno, la prudenza. Quelli della categoria successiva, come già accennato qualche riga più su, sono fattori ereditari, pertanto non modificabili. Possiamo citare la struttura scheletrica, le inserzioni muscolari, la predisposizione dei muscoli a crescere (ipertrofia) e quella delle articolazioni ad essere danneggiate da determinati stimoli (danni) meccanici. Nell’ultima categoria, quella delle attrezzatura e dell’ambiente, rientrano la manutenzione e l’idoneità del terreno di gioco, le condizioni climatiche e microclimatiche delle strutture indoor, l’utilizzo di un abbigliamento idoneo (tessuti traspiranti, adeguatamente elasticizzati), di eventuali protezioni, e così via.

La ricetta base per la prevenzione infortuni è l’allenamento fisico. Senza entrare troppo nel dettaglio, possiamo dare delle indicazioni generali sul da farsi:

  1. Effettuare un buon riscaldamento prima di ogni allenamento;
  2. Lavorare sulla mobilità articolare (se serve anche in sedute separate);
  3. Possedere una buona tecnica esecutiva per tutti gli esercizi;
  4. Dare all’organismo degli stimoli allenanti graduali (ad esempio, crescita lenta ma costante dei carichi di lavoro, intesi come volume, intensità e densità);
  5. Evitare di stressare la medesima articolazione con troppi esercizi “pesanti”;
  6. Avere un sonno regolare;
  7. Eventuale uso di integratori alimentari.
Conclusioni

Non vi sono segreti né particolari strategie per prevenire gli infortuni, se non allenarsi con la testa, e all’occorrenza essere seguiti da qualche professionista delle Scienze Motorie o della riabilitazione.

Approfondimenti:
- Articolazioni: le basi da conoscere
- Genetica e predisposizione agli infortuni
- Allenamento della propriocezione per la prevenzione degli infortuni
- Glucosamina: un integratore controverso
- Perché fatichiamo? Per imparare a supercompensarci!
- Sonno e rischio infortuni
- La periodizzazione dell'allenamento: teoria e pratica
- Colonna vertebrale: osteologia e patologie principali

Grazie per l’attenzione e buon allenamento!

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oc

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Referenze

Parodi G. – Medicina dello Sport (Dispense SUISM)

Factor D. et al. – Current concepts of rotator cuff tendinopathy (2014)

Perché è così difficile cambiare certe opinioni?

Tifo sportivo, politica, religione e non solo, sono argomenti che come pochi altri riescono a dividere e polarizzare le persone. «Divide et impera» diceva già più di duemila anni fa qualcuno. Ma come mai l’essere umano, una volta che si è fossilizzato su un’idea, salvo rari casi, non è disponibile a ritrattarla?

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In questo articolo cercheremo di dare una risposta alla domanda che ci siamo appena posti.

Psicologia

La difficoltà che proviamo nel cambiare opinione è data principalmente dal alcuni bias più o meno radicati nella psicologia umana. I bias cognitivi altro non sono che costrutti basati su percezioni errate della realtà e/o pregiudizi che di frequente possono portare le persone a fare affermazioni e pensieri errati sui più svariati argomenti.

I bias strettamente legati all’argomento centrale di questo articolo sono i seguenti:

  • Bias di conferma: qualunque nuova informazione conferma le nostre convinzioni precedenti, confutando quelle opposte.
  • Bias di gruppo: bias che ci porta a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo di appartenenza, attribuendo perentoriamente alla sfortuna gli eventi negativi e al merito e talento quelli positivi.
  • Effetto carovana: rappresenta la tendenza a credere in qualcosa solo perché molte altre persone vicine a noi ci credono (questo fenomeno si sopra bene con la religione e la politica).
  • Bias conservativo: ogni novità viene vista con grande sospetto e sottovalutata rispetto alle precedenti convinzioni. Se per esempio leggo una rivista che porta avanti la tesi della nocività del latte di vacca per l’essere umano ed inizio a credere a questa tesi, difficilmente prenderò in considerazione le opinioni di chi smentisce questa nocività, indipendentemente dall’autorevolezza delle fonti.
  • Bias di proiezione: percezione distolta della realtà. Riteniamo di pensare e vedere le cose sempre nella maniera giusta e ci sembra che anche le altre persone la pensino come noi (falso consenso).
Questione di cervello

Dietro al mutamento delle idee c’è anche un aspetto se vogliamo più concreto e tangibile, per quanto può essere tangibile un cambiamento strutturale di pochi micron all’interno del cervello.

Quando una nostra opinione ben consolidata viene messa in discussione, attaccata, il nostro cervello si difende. Quasi come se quest’ultimo avesse un sistema immunitario pronto a contrastare ogni pericolo esterno, se per pericolo esterno intendiamo informazioni che rischierebbero di far crollare le nostre certezze. Al riguardo, come asserisce lo psicologo americano Jonas Kaplan: «La responsabilità primaria del cervello è prendersi cura del corpo, proteggere il corpo. Il sé psicologico è l’estensione del cervello. Quando il nostro sé si sente attaccato, il nostro cervello fa valere le stesse difese che ha per proteggere il corpo».

Quanto detto in queste ultime righe vale in particolar modo per le ideologie politiche, dato che esse le percepiamo come qualcosa di fortemente legato alla nostra identità personale, quasi fossero connaturate all’animo umano. Magari le abbiamo ereditate dall’ambiente (familiare e non solo) in cui siamo cresciuti ed abbandonarle, o più semplicemente rivalutarle, ci farebbe sentire indifesi – visto l’attacco al nostro sé – e tremendamente insicuri.

«Un uomo è sempre preda delle proprie verità. Quando le abbia riconosciute, egli non è capace di staccarsene», Albert Camus.

Uno studio discretamente famoso pubblicato su Nature [1] ha mostrato tramite la risonanza magnetica funzionale (RMF) quali sono le aree del cervello maggiormente attive durante un dibattito con una persona che mette fortemente in discussione le nostre convinzioni politiche più radicate (immagine sotto).

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In rosso e giallo, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del “segnale” durante l’elaborazione di conversazioni a sfondo politico (P> NP). In blu e verde, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del segnale durante delle discussioni non inerenti temi politici (NP> P).

Cos’è emerso? Durante i momenti più accesi del dibattito le zone del cervello maggiormente attive erano quelle che si pensava corrispondessero all’identità personale (self-identity) e alle emozioni negative (amigdala). Vedendo la differenza dell’intensità di segnale fra le questioni politiche e non politiche, J. Kaplan e colleghi hanno bollato come “default mode network” l’insieme di strutture cerebrali implicate nel pensare a se stessi, alla propria identità, alla memoria ed al mind-wandering (tendenza della mente a vagare ed a spostare l’attenzione su altro).

In sintesi, il cervello attiva automaticamente le aree predisposte alla contemplazione di noi stessi ed ai cattivi pensieri e probabilmente lo fa per mettere una sorta di blocco, un ostacolo al cambiamento delle idee più radicate. Le persone dello studio citato poco fa potevano cambiare idea su argomenti non politici dove non avevano grande interesse o credenze solide (ad esempio il valore delle scoperte di Edison o Albert Einstein), ma sulle questioni politiche la cosa era molto più ostica (grafico sotto).

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Cambiare le idee più radicate è difficilissimo (Kaplan T. J. et al., 2016)

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente col microscopio elettronico a scansione. Tutto ciò è garantito dalla plasticità del nostro cervello, ovvero la capacità dell’encefalo di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità in base all’attività dei propri neuroni.

Al riguardo ci sentiamo di consigliarvi le seguenti letture:

- Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)Cervello. Manuale dell'utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (Magrini M.)
- Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (Le Scienze)
Inefficacia del debunking

Proprio a causa dei pregiudizi riportati nel precedente paragrafo il debunking, ovvero quell’insieme di attività che hanno come fine lo smascheramento di bufale (fake news) molto spesso è poco efficace. Ma come mai lo è?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricollegarci al concetto del bias di conferma. Infatti: «Nel valutare notizie e idee, la nostra mente è più attenta a riconoscersi in un gruppo di appartenenza, che rafforza la nostra identità, che non a valutare l’accuratezza delle informazioni» [2]. Inoltre, il bias di conferma va a nozze con le cosiddette bugie blu, restando in tema politico: «I bambini iniziano a dire bugie egoistiche verso i tre anni, quando scoprono che gli adulti non possono leggere i loro pensieri: non ho rubato quel giocattolo, papà ha detto che potevo, mi ha picchiato lui per primo. A circa sette anni iniziano a dire “bugie bianche” motivate da sentimenti di empatia e compassione: che bello il tuo disegno, i calzini sono un bel regalo di Natale, sei divertente.

Le “bugie blu” appartengono a una categoria del tutto diversa: sono allo stesso tempo egoiste e vantaggiose per gli altri, ma solo se appartengono al proprio gruppo. Come spiega Kang Lee, psicologo all’Università di Toronto, queste bugie cadono a metà fra quelle “bianche” dette per altruismo e quelle “nere” di tipo egoista. “Si può dire una bugia blu contro un altro gruppo”, dice Lee, e questo rende chi la dice allo stesso tempo altruista ed egoista. “Per esempio, si può mentire su una scorrettezza commessa dalla squadra in cui giochi, che è una cosa antisociale, ma aiuta la tua squadra.”

In uno studio del 2008 su bambini di 7, 9 e 11 anni – il primo del suo genere – Lee e colleghi hanno scoperto che i bambini diventano più propensi a raccontare e approvare le bugie blu via via che crescono. Per esempio, potendo mentire a un intervistatore sulle scorrettezze avvenuta durante la fase di selezione delle squadre in un torneo scolastico di scacchi, molti erano abbastanza disposti a farlo, e i ragazzi grandi più di quelli più giovani. I bambini che mentivano non avevano nulla da guadagnare personalmente; lo stavano facendo per la loro scuola. Questa ricerca suggerisce che le bugie nere isolano le persone, le bugie bianche le uniscono, e le bugie blu coalizzano alcune persone e ne allontanano altre. […] Questa ricerca – e queste storie – evidenziano una dura verità sulla nostra specie: siamo creature intensamente sociali, ma siamo inclini a dividerci in gruppi competitivi, in gran parte per il controllo della distribuzione delle risorse. […] “La gente perdona le bugie contro le nazioni nemiche, e dato che oggi in America molte persone vedono quelli dall’altra parte politica come nemici, possono ritenere – quando le riconoscono – che siano strumenti di guerra appropriati”, dice George Edwards, politologo alla Texas A & M e uno dei più importanti studiosi nazionali della presidenza» [3].

fake news

Per avviarci alla conclusione del paragrafo, questo meccanismo psicologico è direttamente collegato al concetto della post-verità (post–truth), cioè alla non importanza della veridicità di una notizia. Vera o falsa che sia, l’unico fine di quest’ultima è quello di rafforzare i pregiudizi delle persone. Ecco spiegato il perché dello scarso potere del debunking nel far cambiare idea alle persone su determinati argomenti, anche quando la fake news è lapalissiana.

Come riporta uno noto studio italiano pubblicato l’anno scorso: «I nostri risultati mostrano che i post di debunking rimangono principalmente confinati all’interno della camera dell’eco scientifico e solo pochi utenti solitamente esposti a richieste non comprovate interagiscono attivamente con le correzioni. Le informazioni di dissenso vengono principalmente ignorate e, se guardiamo al sentimento espresso dagli utenti nei loro commenti, troviamo un ambiente piuttosto negativo. Inoltre, dimostriamo che i pochi utenti della camera di congiunzione delle cospirazioni che interagiscono con i post di smascheramento manifestano una maggiore tendenza a commentare, in generale. Tuttavia, se osserviamo il loro tasso di commenti e gradimento, cioè il numero giornaliero di commenti e mi piace, scopriamo che la loro attività nella camera di eco della cospirazione aumenta dopo l’interazione (quindi nonostante lo sbufalamento, la loro passione per i complotti aumenta, ndr).

Pertanto, le informazioni dissenzienti online vengono ignorate. In effetti, i nostri risultati suggeriscono che le informazioni di debunking restano confinate all’interno della camera d’eco scientifico e che pochissimi utenti della camera di eco della cospirazione interagiscono con i post di debunking. Inoltre, l’interazione sembra portare ad un crescente interesse per contenuti di tipo cospirativo.

Dal nostro punto di vista, la diffusione di contenuti fasulli è in qualche modo correlata alla crescente sfiducia delle persone rispetto alle istituzioni, al crescente livello di analfabetismo funzionale, ovvero all’incapacità di comprendere correttamente le informazioni che interessano i paesi occidentali, nonché all’effetto combinato di bias di conferma al lavoro su un enorme bacino di informazioni in cui la qualità è scarsa. Secondo queste impostazioni, le attuali campagne di debunking e le soluzioni algoritmiche non sembrano essere le migliori opzioni. I nostri risultati suggeriscono che il principale problema alla base della disinformazione è il conservatorismo piuttosto che la creduloneria» [4].

Qui un approccio più “filosofico” all’argomento…

Conclusioni

Paradossalmente capire qualche cosa di più sulle nostre vie cognitive ci ha permesso di far luce su alcuni nostri limiti fisiologici ma allo stesso tempo ci ha portato a porci altre domande, nuove paranoie.

Del resto, come diceva il celebre fisico statunitense John Archibald: «Quando cresce l’isola della conoscenza, cresce anche la costa della nostra ignoranza».

Se il nostro cervello cerca di essere conservativo e restio al cambiamento di certe opinioni, è completamente impossibile maturare e cambiarle? Non esiste un modo per aggirare questo blocco? E qualora ci fosse, sarebbe gestibile? Dopotutto, il restare ancorati a certe posizioni è uno stratagemma a cui ricorre la mente umana per darci stabilità, senza venire travolti dal cambiamento.

Chi ha scritto questo articolo non ha le risposte, voi lettori nemmeno ma è proprio questo il bello della scienza (e anche della filosofia), la ricerca eterna di verità a cui probabilmente non si giungerà mai, almeno non in maniera definitiva.

«Bisogna sempre tener presenti questi […] principi: cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione. Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione verosimile, come la giustizia o l’interesse comune, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria» (Marco Aurelio).

Grazie per l’attenzione!

yoda

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Referenze e approfondimenti

[1] Kaplan T. J. et al. – Neural correlates of maintaining one’s political beliefs in the face of counterevidence (2016)

[2] Le Scienze – Perché crediamo al nostro partito politico (2018)

[3] Le Scienze – Perché le “bugie blu” non fanno perdere consensi (2017)

[4] Zollo F. et al. – Debunking in a world of tribes (2017)

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Haidt J. – Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (2013)

Cravanzola E. – Bias cognitivi e fallace logiche (2019)

Resnick B. – A new brain study sheds light on why it can be so hard to change someone’s political beliefs (2017)

Le Scienze – Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (2018)

Il Post – Smentire le bufale è inutile? (2015)

Genetica e predisposizione agli infortuni

Oltre alla miriade di cose in cui interviene la genetica, nel bene e nel male, essa è in grado di influenzare anche la struttura legamentosa e tendinea del corpo, aumentando o diminuendo così la predisposizione agli infortuni.

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Cenni di fisiologia articolare

Prima di passare a piatto caldo, è necessario partire dalle basi. Le ossa dello scheletro (lunghe, corte, irregolari, piatte) si uniscono tra di loro attraverso articolazioni, o per continuità o per contiguità.

Le articolazioni continue prendono il nome di sinartrosi dove la continuità è caratterizzata dalla interposizione di un tessuto cartilagineo fibroso (sono la maggioranza delle articolazioni). Quelle per contiguità invece, prendono il nome di diartrosi, o giunture sinoviali, e sono formate da due capi articolari, una capsula articolare ed una cavità articolare. I capi articolari sono rivestiti da uno strato di cartilagine (più frequentemente ialina che fibrosa), di spessore variabile da 0,2 a 0,5 mm, che conferisce quella caratteristica d superficie liscia. La capsula articolare, lassa oppure tesa, è strutturata all’interno con due strati di membrana sinoviale e all’esterno con una membrana fibrosa. Nella membrana sinoviale prendono posto anche strutture nervose e vasi sanguigni. La cavità articolare infine, è uno spazio a forma di fessura contenente il liquido sinoviale che, oltre ad avere la capacità di lubrificare l’articolazione, nutre la cartilagine articolare.

Le articolazioni si compongono inoltre di: legamenti (di rinforzo, conduzione ed arresto), borse e guaine articolari, dischi e menischi articolari, labbra articolari.

Le articolazioni sono soggette ad usura a causa della degenerazione cartilaginea che si verifica per una non appropriata non capillarizzazione che, nel tempo, favorisce la perdita di plasticità propria della cartilagini, producendo patologie artrosiche degenerative.

Ulteriori approfondimenti:
- Il tessuto osseo
- Articolazioni: le basi da conoscere
- L'abc della genetica
- Traumatologia e sport (1/3): infortuni, tessuti, entità delle lesioni e statistiche
Cosa c’entra la genetica?

Come sottolineato da Collins M. e Raeligh S., gli sforzi eccessivi che portano a lesioni dei tessuti molli del sistema muscolo-scheletrico, derivanti da lavori usuranti o attività fisica, sono influenzate dalla genetica individuale. In special modo quelle al tendine d’Achille (caviglia), alla cuffia dei rotatori (spalla) ed ai legamenti crociati (ginocchia). Le varianti di sequenza all’interno dei geni che codificano le diverse proteine ​​di matrice extracellulare dei tendini e/o dei legamenti sono state associate a specifici infortuni di specifiche zone dei tessuti. Per esempio le varianti della sequenza del gene della Tenascina-C (TNC), COL5A1 ed Metalloproteinasi di matrice 3 (MMP3) sono state collegate alle tendinopatie del tendine d’Achille. Entrando un po’ più nel dettaglio, le varianti della sequenza del gene della Tenascina-C sono state associate sia alle tendinopatie che alle rotture del tendine d’Achille. mentre le varianti del COL5A1 e COL1A1, geni che forniscono le istruzioni genetiche per realizzare le componenti del collagene di tipo I e V, sono state correlate ad infortuni al legamento crociato posteriore.

Tuttavia, gli stessi ricercatori specificano che è difficile capire in che misura questi fattori genetici possano influenzare gli infortuni, aggiungendo che in futuro potranno essere fatti dei programmi riabilitativi personalizzati proprio sulla base di queste informazioni legate ai geni [1].

Una meta-analisi del 2015, quindi alto impatto statistico, ha raccolto i dati provenienti da studi pubblicati in letteratura scientifica fra il 1984 ed il 2014 (trent’anni precisi). I ricercatori – Longo U. G. et al. – hanno confermato tutto ciò che avevano dedotto Collins e Raeligh nel 2009, aggiungendo che, oltre alla genetica, contano ovviamente diversi altri fattori, in primis lo stile di vita [2].

Più di un decennio fa, September A. V. e coll. in una review avevano parlato del ruolo della genetica negli infortuni. Dicendo però che mentre per le problematiche al crociato posteriore e al tendine d’Achille vi sono delle sequenze genomiche “incriminate”, per il crociato anteriore e la cuffia dei rotatori no. Per queste ultime due sono necessari più studi e più dati [3,4].

Conclusioni

Come già accennato, molte cose devono ancora essere scoperte, al giorno d’oggi sappiamo che la salute di alcuni tendini e legamenti è fortemente influenzata dalla genetica, quindi dai caratteri ereditari non modificabili. Sta alla scienza scoprire quali altri lo sono e come può essere individualizzato un programma di allenamento e di riabilitazione, in modo minimizzare il rischio infortuni e recuperare l’efficienza articolare al meglio possibile.

Ma accantonando un attimo tutte queste nozioni teoriche, essere attivi fisicamente è il miglior modo per preservare una buona salute articolare, in modo da prevenire l’osteoporosi ed evitare posture errate. Per quanto riguarda invece gli sportivi, un buon riscaldamento e una corretta esecuzione tecnica degli esercizi (con i sovraccarichi ed a corpo libero) rimangono le cose migliori da fare per evitare infortuni, le uniche, visto che di integratori con una reale efficacia non ce ne sono (la glucosamina non fa eccezione).

Grazie per l’attenzione!

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Referenze

Weineck J. – Biologia dello sport (2013)

Pruna R. et al. – Influence of Genetics on Sports Injuries (2017)

September A. V. et al. – Application of genomics in the prevention, treatment and management of Achilles tendinopathy and anterior cruciate ligament ruptures (2012)

[1] Collins M. et al. – Genetic risk factors for musculoskeletal soft tissue injuries (2009)

[2] Longo U. G. et al. – Unravelling the genetic susceptibility to develop ligament and tendon injuries (2015)

[3] September A. V. et al. – Tendon and ligament injuries: the genetic component (2007)

[4] Orth T. et al. – Current concepts on the genetic factors in rotator cuff pathology and future implication for sports physical therapists (2017)

Bias cognitivi e fallacie logiche: fra scienza e quotidianità

Vi siete mai chiesti quali sono i processi che stanno dietro alla selezione delle fonti quando dobbiamo informarci su un determinato argomento? Come mai noi tendiamo a propendere per un articolo piuttosto che un altro? In che modo possono influenzarci i pregiudizi?

Se la risposta è negativa, questo è l’articolo che fa per voi!

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A differenza di quel che si potrebbe pensare in un primo momento, l’argomento di questo articolo è perfettamente attinente all’ambiente del benessere e dello sport, anzi, lo è a tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

Definizione

I bias cognitivi sono costrutti basati su percezioni errate della realtà e/o pregiudizi che di frequente possono portare le persone a fare affermazioni e pensieri errati su i più svariati argomenti. Invece, le fallacie logiche (o sofismi) sono errori nascosti nel ragionamento che comportano la violazione delle regole di un confronto argomentativo corretto.

E’ tutt’altro che raro – soprattutto su internet – quando i commenti sono espressi in maniera civile, vedere utenti consapevoli di essere di parte o pieni di pregiudizi circa un determinato tema, principiare una discussione con frasi del tipo: «Premetto che riguardo all’argomento x ho i miei bias, …».

Quanti tipi di bias esistono?

Esistono svariate decine di bias cognitivi. Qui di seguito ne elencheremo i principali:

  • bias di conferma: qualunque nuova informazione conferma le nostre convinzioni precedenti, confutando quelle opposte. Questo è in assoluto uno dei pregiudizi più comuni, è infatti fortemente legato alle posizioni religiose e politiche: «Nel valutare notizie e idee, la nostra mente è più attenta a riconoscersi in un gruppo di appartenenza, che rafforza la nostra identità, che non a valutare l’accuratezza delle informazioni» [1]. Inoltre, il bias di conferma va a nozze con le cosiddette bugie blu, restando in tema politico: «I bambini iniziano a dire bugie egoistiche verso i tre anni, quando scoprono che gli adulti non possono leggere i loro pensieri: non ho rubato quel giocattolo, papà ha detto che potevo, mi ha picchiato lui per primo. A circa sette anni iniziano a dire “bugie bianche” motivate da sentimenti di empatia e compassione: che bello il tuo disegno, i calzini sono un bel regalo di Natale, sei divertente.
    Le “bugie blu” appartengono a una categoria del tutto diversa: sono allo stesso tempo egoiste e vantaggiose per gli altri, ma solo se appartengono al proprio gruppo. Come spiega Kang Lee, psicologo all’Università di Toronto, queste bugie cadono a metà fra quelle “bianche” dette per altruismo e quelle “nere” di tipo egoista. “Si può dire una bugia blu contro un altro gruppo”, dice Lee, e questo rende chi la dice allo stesso tempo altruista ed egoista. “Per esempio, si può mentire su una scorrettezza commessa dalla squadra in cui giochi, che è una cosa antisociale, ma aiuta la tua squadra.”
    In uno studio del 2008 su bambini di 7, 9 e 11 anni – il primo del suo genere – Lee e colleghi hanno scoperto che i bambini diventano più propensi a raccontare e approvare le bugie blu via via che crescono. Per esempio, potendo mentire a un intervistatore sulle scorrettezze avvenuta durante la fase di selezione delle squadre in un torneo scolastico di scacchi, molti erano abbastanza disposti a farlo, e i ragazzi grandi più di quelli più giovani. I bambini che mentivano non avevano nulla da guadagnare personalmente; lo stavano facendo per la loro scuola. Questa ricerca suggerisce che le bugie nere isolano le persone, le bugie bianche le uniscono, e le bugie blu coalizzano alcune persone e ne allontanano altre. […] Questa ricerca – e queste storie – evidenziano una dura verità sulla nostra specie: siamo creature intensamente sociali, ma siamo inclini a dividerci in gruppi competitivi, in gran parte per il controllo della distribuzione delle risorse. […] “La gente perdona le bugie contro le nazioni nemiche, e dato che oggi in America molte persone vedono quelli dall’altra parte politica come nemici, possono ritenere – quando le riconoscono – che siano strumenti di guerra appropriati”, dice George Edwards, politologo alla Texas A & M e uno dei più importanti studiosi nazionali della presidenza» [2]. Per concludere, questo meccanismo psicologico è direttamente collegato al concetto della post-verità (posttruth), cioè alla non importanza della veridicità di una notizia. Vera o falsa che sia, l’unico fine di quest’ultima è quello di rafforzare i pregiudizi delle persone, è anche per questo motivo che il Debunking (sbufalamento) spesso e volentieri risulta essere inefficace [3]. Circa quest’ultimo punto, un dato teoricamente dovrebbe correggere una nostra errata convinzione, in realtà – paradossalmente – rischia di radicalizzare ulteriormente la stessa (backfire effect). Contestando un’affermazione vi è la possibilità che questa si pianti ancor più a fondo nel cervello (transparency of denial).
  • Bias di gruppo: bias che ci porta a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo di appartenenza, attribuendo perentoriamente alla sfortuna gli eventi negativi e al talento quelli positivi (basti pensare alle vittorie e sconfitte nello sport).
  • Bias d’autorità: detto ache principio d’autorità, porta le persone a credere per filo e per segno a tutto ciò che asserisce chi è in possesso di una laurea od un ottimo curriculum, anche se magari questo fantomatico esperto esce dalla sua sfera di competenze. Per la scienza i dati e gli studi contano più delle opinioni dei singoli individui, laureati o meno che siano. Ne aveva parlato bene il chimico e ricercatore Dario Bressanini nel suo articolo: Il potere mediatico del camice bianco.
  • Bias della negatività: tendenza a focalizzarsi principalmente sugli avvenimenti negativi, ignorando – almeno parzialmente – quelli positivi. Ciò può portare a sminuire se stessi e ad essere stressati.
  • Bias dell’ottimismo: l’optimis bias è molto più diffuso di quel che si potrebbe pensare e consiste nel vedere il proprio futuro in maniera molto più rosea di ciò che ci suggerirebbe la razionalità. Questo è una specie di trucco che mette in atto la nostra mente per ricercare serenità in periodi difficili.
  • Bias di ancoraggio: la prima informazione recepita diventa il capo saldo, l’ancora, del ragionamento successivo. Su di esso fanno leva tutte le persone che vogliono vendere qualcosa: si parte da un prezzo X e dopo si propongono prezzi un po’ più bassi che al confronto del prezzo iniziale (X) sembrano veramente convenienti.
  • Effetto carovana: rappresenta la tendenza a credere in qualcosa solo perché molte altre persone ci credono (i fedeli di Jim Jones ne sapevano qualcosa…).
  • Media bias: questo bias colpisce diversi giornalisti e fabbricatori di notizie. Riguarda la selezione delle notizie, delle storie ed il modo in cui esse vengono riportate.
  • Bias dello status quo: il cambiamento spaventa? Allora si tenta, anche inconsciamente, di prendere le decisioni più facili, quelle che lasciano le cose così come stanno.
  • Bias del presente: questo bias ci fa prendere delle decisioni che hanno il fine di gratificarci sul momento, in acuto, non valutando la bontà delle nostre scelte sul lungo periodo. Ciò si riflette soprattutto sui nostri acquisti e sul cibo che mangiamo (ruolo edonistico dell’alimentazione).
  • Bias d’azione: le persone sono portate ad agire anche quando intervenire porta a più svantaggi che altro.
  • Bias di omissione: al contrario di prima, le persone non agiscono anche se sarebbe logico farlo, probabilmente perché timorose di eseguire una azione (errata) e successivamente rimpiangerla. Venne osservato ciò durante le vaccinazioni che avevano lo scopo di contrastare un’epidemia (maggiori approfondimenti qui).
  • Bias di proiezione: percezione distolta della realtà. Riteniamo di pensare e vedere le cose sempre nella maniera giusta e ci sembra che anche le altre persone la pensino come noi (falso consenso).
  • Bias conservativo: ogni novità viene vista con grande sospetto e sottovalutata rispetto alle precedenti convinzioni.
  • Illusione della trasparenza: illusione di conoscere e percepire con estrema precisione lo stato mentale ed i pensieri di un’altra persona.
  • Effetto alone: la percezione di alcuni tratti è fortemente influenzata da altre caratteristiche dell’individuo che non hanno niente a che fare con i primi. Ne è un esempio il fatto che alcune persone tendano a considerare come intelligente un uomo solo perché elegante e di bell’aspetto.
  • Effetto alone inverso: il contrario di prima. Se un individuo od un oggetto ha una caratteristica negativa, allora anche gli altri tratti vengono percepiti come tali.
  • Ottimismo retrospettivo: visione distorta del passato, che ci porta a considerare e vedere in modo diverso (e migliore) gli avvenimenti che lo riguardano. Questo bias cognitivo è simile alla nostalgia, tuttavia quest’ultima non implica necessariamente una visione falsata. Ergo, si può essere nostalgici senza sopravvalutare a tutti i costi il passato. L’ottimismo retrospettivo è fortemente legato al declinismo, cioè quel bias che ci porta a pensare che tutto vada peggio rispetto ad una volta, anche quando oggettivamente non è così (Eh, ai miei tempi…).
  • Effetto novità: le nuove informazioni, specialmente se bizzarre e divertenti, vengono memorizzate meglio avendo una priorità nei meccanismo cognitivi della mente umana. Al contrario, le informazioni meno insolite – più “normali” – non vengono viste come prioritarie.
  • Bias dello scommettitore: errata percezione delle probabilità matematiche. Se alla tombola sono stati estratti di seguito quattro numeri pari, il quinto, seguendo questa (errata) logica, sarà molto probabilmente un numero dispari. Nulla di più sbagliato, le probabilità sono sempre 50 e 50.
  • Bias dell’angolo cieco: si manifesta nel momento in cui si ha la sensazione che le persone che ci stanno intorno vengano condizionate dai bias molto di più rispetto a noi.

La cosa peggiore è che noi il più delle volte siamo corrotti da bias e prendiamo decisioni sbagliate senza nemmeno rendercene conto…

Fallacie logiche
  • Argumentum ad hominem: durante una discussione vengono messe da parte le argomentazioni ed i contenuti per concentrarsi su degli attacchi alla persona.
  • Cherry Picking: il cherry picking è una tattica argomentativa, talvolta involontaria, che consiste nel rafforzare una tesi con l’ausilio di argomentazioni o prove ad essa favorevoli, escludendo a priori tutte quelle sfavorevoli, che pertanto la confuterebbero.
  • Argumentum ad ignorantiam: “l’assenza di evidenza non è essa stessa un’evidenza“, ma non lo sa chi cade, o ricorre, a questa fallacia logica. Se ad esempio non può essere provata la non esistenza di qualcosa (fantasmi, mostri vari, extraterrestri) ciò non sta a significare che quel qualcosa esista per forza.
  • Fallacia della brutta china: partendo da una determinata tesi si ipotizza  l’accadere di una sequenza di conseguenze (spesso gravi). Il più delle volte queste conseguenze vengono viste come pressoché inevitabili. Ad esempio, se si parte a bere una birra, di lì a poco si diventa alcolizzati. E se si prova uno spinello, sicuramente si passerà poi all’eroina.
  • Petitio principii: fallacia logica in cui si incappa quando la conclusione di un ragionamento conferma la premessa iniziale dello stesso. “Stephen King è un grande scrittore? Allora il suo ultimo romanzo è un gran bel libro!“.
  • Post hoc ergo propter hoc: tradotto letteralmente come “dopo di questo, quindi a causa di questo“, consiste nel ricondurre (con causalità) un avvenimento a ciò che è avvenuto subito prima. “Abbiamo pregato per ore ed il Signor Rossi si è risvegliato dal coma? Allora il Signor Rossi è stato salvato dalle nostre preghiere!” ma ovviamente un eventuale nesso temporale non sta necessariamente ad indicare un rapporto causa-effetto (anzi, spesso non è così).
Altre considerazioni

Non sempre è facile accorgersi degli errori insiti nelle proprie logiche argomentative e rivedere le proprie posizioni. Pensiamo ad esempio alla politica: quanto è piacevole discutere con persone del nostro medesimo orientamento politico – che quindi confermano le nostre posizioni di pensiero – e quanto è sgradevole, alle volte perfino irritante, farlo con chi ha idee molto diverse dalle nostre, magari diametralmente opposte o moralmente inaccettabili?

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente col microscopio elettronico a scansione. Tutto ciò è garantito dalla plasticità del nostro cervello.

Al riguardo ci sentiamo di consigliarvi le seguenti letture:

- Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)Cervello. Manuale dell'utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (Magrini M.)
- L'importanza dei romanzi per l'empatia e lo sviluppo sociale (Le Scienze)
Bias e ricerca scientifica

Nessuno è immune ai bias, ci mancherebbe altro. Ma la stessa ricerca scientifica è “livellata” per far sì che certi tipi di studi (i più attendibili) siano, per quanto possibile, esenti dai bias dei pazienti e degli stessi ricercatori.

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Per esempio, i trial clinici (studi sperimentali) per contrastare pregiudizi e convinzioni personali di pazienti e ricercatori possono essere di 3-4 differenti tipologie:

  • Randomizzati: i soggetti sono stati inseriti in maniera del tutto casuale all’interno di uno dei gruppi di studio (gruppo che riceve il trattamento o gruppo placebo).
  • Cieco: i soggetti dell’esperimento non sanno quale trattamento ricevano.
  • Doppio cieco: nemmeno i ricercatori sanno qual è il trattamento somministrato a ciascuno dei soggetti dell’esperimento.
  • Triplo cieco: se oltre ai ricercatori e ai pazienti vi sono degli esaminatori esterni, anche questi non sono a conoscenza della natura della somministrazione del trattamento (placebo oppure no) a cui vanno incontro i pazienti.

Senza questi “trucchi”, la ricerca scientifica non progredirebbe da secoli.

Qui un video di Dario Bressanini molto interessante inerente la “Sindrome da Premio Nobel”, che riprende un po’ il discorso sul principio d’autorità di cui abbiamo trattato prima.

Per ulteriori approfondimenti vi consigliamo le seguenti letture:
- Invito alla ricerca. Metodologia e tecniche del lavoro scientifico (García J. M.)
- Capire gli studi scientifici, mini-guida (E. Cravanzola)
Conclusioni

Bias, fallacie e modi di pensare, come già detto, il più delle volte sfuggono al nostro controllo ed alla nostra volontà. Difficilmente riconoscibili per i diretti interessati, è come se rientrassero nell’imponderabile. Sappiamo che ci sono e ci possiamo fare poco, indipendentemente di nostri sforzi.

Dato che tutto ciò è connaturato alla mente umana, non vi è una soluzione, un antidoto, un vaccino. Pesare le proprie parole, mettersi in discussione, non sentirsi sempre e comunque superiori alle altre persone è forse un buon modo per limitare l’influenza dei bias nella quotidianità ma il raggiungimento di una sorta di immunità è impossibile. In fondo, anche la sensazione di essere inscalfibili dai bias è data da un pregiudizio bello e buono (bias dell’angolo cieco).

Grazie per l’attenzione.

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Referenze

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Bias ed euristiche: cosa sono e quali sono i più frequenti (link)

Bressanini D. – Il potere mediatico del camice bianco (2016)

Di Schiena R. et al. – Bias di omissione: Un contributo al dibattito attraverso la proposta di un test empirico (2007)

Silverman C. – Lies, Damn Lies and Viral Content (2015)

[1] Le Scienze – Perché crediamo al nostro partito politico (2018)

[2] Le Scienze – Perché le “bugie blu” non fanno perdere consensi (2017)

[3] Zollo F. et al. – Debunking in a world of tribes (2017)