Scrivo queste brevi riflessioni in una piovosa, e incredibilmente fredda, domenica di fine maggio, spero vi tornino utili. Buona lettura.

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George Saint-Pierre e Mike Tyson ultimi filosofi

Di recente due “miei” atleti – curo la loro preparazione atletica – hanno combattuto nella muay thai (pro) e nel savate (light contact).

Prima di dirvi i risultati vorrei prendere in prestito un discorso fatto dagli amici di Oltre la corda. Dovete sapere che in un’intervista rilasciata qualche anno fa George Saint-Pierre, uno dei più grandi marzialisti di tutti i tempi, disse: «All’interno della UFC abbiamo tutti i VO2 max al meglio della nostra condizione, ma quello che vince è colui che riesci a portar fuori l’avversario dalla propria confort zone e a portalo nel campo dove lui è più forte». Cercando di contestualizzare al meglio, è probabile che il fighter Canadese intendesse dire che anche con un’ottima condizione atletica, la vittoria non è per nulla scontata e che gli avversari che nella sua carriera l’hanno messo più in difficoltà erano (quasi) tutti meno esplosivi o meno resistenti di lui.

Come diceva Mike Tyson, noto filosofo contemporaneo, tutti hanno un piano, fin quando non arriva loro un pungo in faccia. Del resto, quelli da combattimento sono sport di situazione e multifattoriali, ci sono una quantità pressoché infinita di variabili che entrano in gioco, è difficile perdere (o vincere) solo per un motivo in particolare.

Fisicamente eri in salute? Com’eri messo in quanto a rapidità? Forza? Resistenza? Come hai gestito le distanze? La differenza in allungo con l’avversario? La strategia ha funzionato? L’avversario colpiva forte? Era più o meno tecnico di te? La sua strategia ti ha messo in difficoltà? Il peso com’è andato? Psicologicamente ti sentivi pronto? Prima del match eri sereno? Una volta sul ring eri carico? Hai ascoltato i consigli del tuo angolo? Pensi che i giudici abbiano fatto bene il loro mestiere?

Marco Catalano ha vinto al secondo round per TKO, ottenendo così il titolo italiano dei professionisti (cat. pesi massimi leggeri); invece, Roby Laganà ha perso ai punti per decisione maggioritaria.

Ironia della sorte? Il camp del vincitore (Marco) era andato un po’ così così, principalmente a causa di un infortunio muscolare mal recuperato, mentre quello del perdente (Roby) era andato divinamente, nella cosiddetta “fight week” lui si sentiva davvero in forma. Post match ci siamo sentiti ed egli, parlandomi della sconfitta, ci ha tenuto a dirmi che: «La testa non funzionava».

Tirando le somme

Siamo umani, tutto può succedere. In un mio match di grappling affrontai un avversario più forte fisicamente e pesante di me. Ricordo un gran male alla schiena per le proiezioni subite ed una pressione asfissiante a terra (giuro di non aver lottato contro Khabib Nurmagomedov, di questo ne son sicuro). L’incontro stava per terminare, la sconfitta era sempre più vicina, quando a trenta secondi dalla fine riuscii a crearmi lo spazio sufficiente (alleluia!) per piazzare una bella leva articolare alla caviglia. Il mio rivale, per quanto forte e orgoglioso, dovette cedere al dolore e battere la mano a terra in segno di resa. Forse non era un combattimento che mi meritavo di vincere, lui era un po’ più atletico e, fino a poco prima della mia sottomissione, aveva mostrato le migliori cose (takedown potenti, rapidi movimenti di transizione, stabilizzazione e pressione), ma così va lo sport. La resilienza alle volte può stravolgere tutto. Un giorno potrei essere io quello più atletico e più meritevole, almeno in teoria, e perdere. Va messo in conto.

Come sempre, onore e stima per chiunque decida di mettersi in gioco salendo sul ring, tatami o gabbia, indipendentemente dal risultato finale e dall’importanza della competizione.

Al fondo dell’articolo, per chi fosse interessato, lascio un po’ di materiale da leggere. Grazie per l’attenzione!

Ad maiora.

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