I giovani sono sempre più stupidi?

Alt! Se state leggendo queste righe è perché avete appena aperto l’articolo, quindi evitate di indignarvi.

idiots

So cosa starete pensando: “Ecco, il solito vecchio pseudo-intellettuale che ci critica”. No, no e no. Chi scrive è uno dei vostri (classe novantacinque).

Perché scrivere questo articolo? Per parlare di alcuni interessanti articoli usciti su giornali stranieri più o meno noti, oltre che di un celebre fenomeno riguardante le variazioni del quoziente intellettivo avvenute negli ultimi 100 anni. E anche per soddisfare la voglia di mettere nero su bianco qualche pensiero.

Facciamo una riflessione tutti insieme.

Rivoluzione digitale

Attualmente siamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale: quella digitale. Sono cambiate le abitudini delle persone, il mondo del lavoro, la comunicazione e l’informazione, i rapporti fra le persone.

Vi sono stati talmente tanti cambiamenti che esiste una definizione per dividere chi è nato nel bel mezzo di questa rapida innovazione tecnologia e chi no. Stiamo parlando del concetto di nativo digitale. I nativi digitali sono persone cresciute in un periodo in cui smartphone, computer (sia fissi che portatili), tablet, sono molto comuni, alla portata di tutti. Invece, i non nativi sono persone nate prima del boom digitale e che magari hanno imparato ad usare le nuove tecnologie quando non erano più giovani (immigrati digitali).

La tecnologia, sotto molti aspetti, ha reso la vita delle persone più semplice, ha fatto diventare certe cose più rapide e immediate. Ci basta tenere premuta una piccola porzione dello schermo di uno smartphone per mandare un messaggio audio, usare i comandi vocali per aprire applicazioni, aggiungere prodotti da acquistare al carrello di qualche negozio online, chiedere news sul meteo di una località, e così via.

Questa eccessiva semplificazione di molte azioni quotidiane ha probabilmente ridotto un po’ troppo l’utilizzo del cervello. Ma su questo punto torneremo fra poco.

Sempre meno parole

Come già accennato nel precedente paragrafo, la tecnologia ha avuto un forte impatto sul nostro modo di comunicare. Il correttore automatico dello smartphone, la tastiera virtuale intelligente che suggerisce le parole da usare, il ricorrere appunto a determinate parole per inviare messaggi possibilmente brevi su WhatsApp, utilizzando magari delle emoticon col fine di troncare una conversazione o far capire con semplicità il nostro stato d’animo all’interlocutore, ha influenzato negativamente le capacità lessicali delle singole persone.

Smartphone_Zombies

Un articolo pubblicato su The Guardian, famosissimo giornale britannico, ha messo in luce un fatto alquanto spiacevole. Le nuove generazioni hanno un vocabolario sempre più limitato, in poche parole i giovani conoscono sempre meno parole.

«Gli insegnanti stanno notando un numero crescente di bambini con un vocabolario esiguo – alunni impauriti dalle scuole elementari a quelle secondarie – e temono le “deficienze del vocabolario” che li terranno indietro educativamente e socialmente. In risposta, alcune scuole hanno affermato di aver adottato approcci come evidenziare il loro uso del linguaggio.

Un sondaggio condotto su 1.300 insegnanti di scuola primaria e secondaria in tutto il Regno Unito ha rilevato che oltre il 60% di essi ha visto aumentare gli episodi di “underdeveloped vocabulary” tra gli alunni di tutte le età, portando a una diminuzione dell’autostima, a comportamenti negativi e ad alcune difficoltà nel fare amicizia.

Il rapporto, commissionato dalla Oxford University Press, ha rilevato che il gap di parole per molti alunni è rimasto “ostinatamente alto” nelle scuole secondarie, dove gli insegnanti affermano di avere meno tempo e meno risorse per affrontare il problema.

“Questo è significativo perché mentre lo sviluppo del linguaggio è un obiettivo chiave nell’educazione dei primi anni, sono state condotte relativamente poche ricerche sul deficit linguistico man mano che i bambini progrediscono attraverso l’istruzione secondaria”, hanno osservato gli autori del rapporto. Gli insegnanti delle scuole secondarie hanno affermato che il deficit di vocabolario ostacola il progresso degli studenti non solo in inglese ma anche in una serie di argomenti, tra cui la storia e la geografia».

La capacità di esprimersi, di comunicare agli altri ciò che si ha dentro è più importante di quanto si potrebbe credere. Ne è un lampante esempio quanto successo a Tahiti in passato, ben narrato nel libro di G. Carofiglio Passeggeri notturni. Andando dritti al punto, negli anni cinquanta lo psichiatra ed antropologo Robert Levy cercò di capire il perché dell’alto tasso di suicidi che interessava la più grande isola della Polinesia francese. Egli scoprì che gli abitanti del luogo nel proprio vocabolario non avevano le parole necessarie per indicare il malessere psicologico. Questa incomunicabilità del dolore e della tristezza spesso li portava al gesto estremo.

Il quoziente intellettivo è cambiato?

L’attuale popolazione umana ha un QI mediamente più elevato rispetto alle persone vissute verso l’inizio del passato secolo (Alfred Binet sperimentò per primo il test nel 1904). Ciò fu osservato dal ricercatore dal ricercatore neozelandese James R. Flynn che per primo definì questo fenomeno, chiamandolo appunto effetto Flynn.

«Durante quel secolo (il ventesimo, ndr) le nostre menti sono cambiate drasticamente. […] Siamo passati da persone che si confrontavano con un mondo materiale, e analizzavano quel mondo soprattutto nell’ottica di quanto avrebbe potuto essere loro utile, a persone che si misurano con un mondo molto complesso; un mondo dove abbiamo dovuto sviluppare nuove consuetudini mentali. E questo significa anche arricchire quel mondo materiale di classificazioni, introducendo astrazioni che cerchiamo di rendere logicamente coerenti e considerando seriamente ciò che è ipotetico, ossia immaginare cosa sarebbe potuto accadere invece di cosa accade» (Flynn J., TED2013).

Flynn-effect-from-1900-voracek
The Flynn Effect Explained (Partly)

Tuttavia, ora in alcuni Paesi industrializzati sta avvenendo una sorta di effetto Flynn inverso. Mentre nelle nazioni in via di sviluppo il quoziente intellettivo, seppur lentamente, continua a crescere, in alcuni altri posti dove c’è più ricchezza questo stalla e/o regredisce.

Che questa regressione, sicuramente multifattoriale, sia anche legata all’eccessiva semplificazione della vita a cui ci ha portato un’estrema tecnologizzazione? Possibile ma difficile da stabilire, proprio a causa della multifattorialità di certi fenomeni.

In ogni caso, è bene ricordare che l’intelletto umano è qualcosa di più sfumato e astruso; il quoziente intellettivo rappresenta solo una piccola parte dell’intelligenza umana.

Attualmente, la classificazione dell’intelligenza che va per la maggiore è ancora quella proposta da Howard Gardner, psicologo di fama mondiale che fra anni 70 e 90 suddivise l’intelligenza in nove tipologie: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale. Il QI si riferisce principalmente all’intelligenza logico-matematica, quindi teoricamente solo a 1/9 dell’intelligenza di un essere umano.

Quindi no, il quoziente intellettivo – alto o basso che sia – è un numero che non ci rappresenta, almeno non del tutto.

Approfondimenti

Ecco a voi alcune letture consigliate inerenti questi argomenti dell’articolo:

Atlante di neuroscienze di Netter (D. L. Felten e coll, 3a ediz., 2017)
- Cervello. Manuale dell'utente (Magrini M., 2017)
- Cervello: istruzioni per l'uso (Cravanzola E., 2018)
- Qualche breve lezione sul cervello (Vincent J. D., 2016)
- Le basi genetiche dell'intelligenza e della stabilità emotiva (Le Scienze, 2018)
- Geni e intelligenza: un rapporto sempre più complesso (Le Scienze, 2017)
- Alla scoperta della mente (Ulisse - Rai.TV, 2011)
- Il dialogo adulto-bambino e lo sviluppo cerebrale (Le Scienze, 2018)
- Cervello e intelligenza motoria (Cravanzola E., 2018)

Da segnalare inoltre questo video riguardante il ricercatore J. Flynn:

Riflessioni finali

E’ cambiato più il mondo nell’ultimo ventennio che nei passati 200 anni. In parallelo all’istruzione obbligatoria, alle svolte scientifiche ed informatiche anche il cervello di noi Sapiens si è mosso per stare al passo coi tempi; è quasi come se l’essere umano di oggi, per quanto simile a quello di ieri, sia qualcosa di differente. Presumibilmente sarà così anche in futuro, grazie alla plasticità cerebrale di cui l’uomo è dotato per natura.

Lo psicologo e ricercatore tedesco Heiner Rindermann nel suo libro Cognitive Capitalism sostiene che il QI continuerà lentamente a crescere nei paesi in via di sviluppo, discorso inverso per quelli occidentali. L’aumento dell’età media e la meccanizzazione sempre più marcata del lavoro stravolgerà la vita di miliardi di persone, difficile capire se sarà un cambiamento positivo o negativo.

Ovviamente l’incipit dell’articolo era una provocazione. Il parziale abbassamento del quoziente intellettivo è un argomento controverso, con dati spesso difficilmente interpretabili e la riduzione del vocabolario dei più giovani è frutto di un adattamento richiesto dai moderni mezzi di comunicazione. Anche se quest’ultimo rischia di compromettere seriamente le capacità oratorie e la comprensione di un certo tipo di letteratura.

Per concludere, la direzione in cui l’umanità sta procedendo è quella giusta? Stiamo inconsciamente confondendo il progresso con l’evoluzione?

Il sottoscritto non ha strumenti per rispondere a questa domanda, probabilmente nessuno li ha; fare previsioni a lungo termine, specie su argomenti di questo tipo, è sempre ostico.

Chi vivrà, vedrà…

Grazie per l’attenzione.

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yoda

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Referenze

Adams R. – Teachers in UK report growing ‘vocabulary deficiency’ (The Guardian, 2018)

Spectrum Learning – Poor in Spelling and Reading (link)

Flynn J. – Why our IQ levels are higher than our grandparents’ (TED, 2013)

Rindermann H. – Cognitive Capitalism (2018)

Corbellini G. – Il declino dell’intelligenza (2018)

Bregman R. – Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale (2017)

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