I giovani sono sempre più stupidi?

Alt! Se state leggendo queste righe è perché avete appena aperto l’articolo, quindi evitate di indignarvi.

idiots

So cosa starete pensando: “Ecco, il solito vecchio pseudo-intellettuale che ci critica”. No, no e no. Chi scrive è uno dei vostri (classe novantacinque).

Perché scrivere questo articolo? Per parlare di alcuni interessanti articoli usciti su giornali stranieri più o meno noti, oltre che di un celebre fenomeno riguardante le variazioni del quoziente intellettivo avvenute negli ultimi 100 anni. E anche per soddisfare la voglia di mettere nero su bianco qualche pensiero.

Facciamo una riflessione tutti insieme.

Rivoluzione digitale

Attualmente siamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale: quella digitale. Sono cambiate le abitudini delle persone, il mondo del lavoro, la comunicazione e l’informazione, i rapporti fra le persone.

Vi sono stati talmente tanti cambiamenti che esiste una definizione per dividere chi è nato nel bel mezzo di questa rapida innovazione tecnologia e chi no. Stiamo parlando del concetto di nativo digitale. I nativi digitali sono persone cresciute in un periodo in cui smartphone, computer (sia fissi che portatili), tablet, sono molto comuni, alla portata di tutti. Invece, i non nativi sono persone nate prima del boom digitale e che magari hanno imparato ad usare le nuove tecnologie quando non erano più giovani (immigrati digitali).

La tecnologia, sotto molti aspetti, ha reso la vita delle persone più semplice, ha fatto diventare certe cose più rapide e immediate. Ci basta tenere premuta una piccola porzione dello schermo di uno smartphone per mandare un messaggio audio, usare i comandi vocali per aprire applicazioni, aggiungere prodotti da acquistare al carrello di qualche negozio online, chiedere news sul meteo di una località, e così via.

Questa eccessiva semplificazione di molte azioni quotidiane ha probabilmente ridotto un po’ troppo l’utilizzo del cervello. Ma su questo punto torneremo fra poco.

Sempre meno parole

Come già accennato nel precedente paragrafo, la tecnologia ha avuto un forte impatto sul nostro modo di comunicare. Il correttore automatico dello smartphone, la tastiera virtuale intelligente che suggerisce le parole da usare, il ricorrere appunto a determinate parole per inviare messaggi possibilmente brevi su WhatsApp, utilizzando magari delle emoticon col fine di troncare una conversazione o far capire con semplicità il nostro stato d’animo all’interlocutore, ha influenzato negativamente le capacità lessicali delle singole persone.

Smartphone_Zombies

Un articolo pubblicato su The Guardian, famosissimo giornale britannico, ha messo in luce un fatto alquanto spiacevole. Le nuove generazioni hanno un vocabolario sempre più limitato, in poche parole i giovani conoscono sempre meno parole.

«Gli insegnanti stanno notando un numero crescente di bambini con un vocabolario esiguo – alunni impauriti dalle scuole elementari a quelle secondarie – e temono le “deficienze del vocabolario” che li terranno indietro educativamente e socialmente. In risposta, alcune scuole hanno affermato di aver adottato approcci come evidenziare il loro uso del linguaggio.

Un sondaggio condotto su 1.300 insegnanti di scuola primaria e secondaria in tutto il Regno Unito ha rilevato che oltre il 60% di essi ha visto aumentare gli episodi di “underdeveloped vocabulary” tra gli alunni di tutte le età, portando a una diminuzione dell’autostima, a comportamenti negativi e ad alcune difficoltà nel fare amicizia.

Il rapporto, commissionato dalla Oxford University Press, ha rilevato che il gap di parole per molti alunni è rimasto “ostinatamente alto” nelle scuole secondarie, dove gli insegnanti affermano di avere meno tempo e meno risorse per affrontare il problema.

“Questo è significativo perché mentre lo sviluppo del linguaggio è un obiettivo chiave nell’educazione dei primi anni, sono state condotte relativamente poche ricerche sul deficit linguistico man mano che i bambini progrediscono attraverso l’istruzione secondaria”, hanno osservato gli autori del rapporto. Gli insegnanti delle scuole secondarie hanno affermato che il deficit di vocabolario ostacola il progresso degli studenti non solo in inglese ma anche in una serie di argomenti, tra cui la storia e la geografia».

La capacità di esprimersi, di comunicare agli altri ciò che si ha dentro è più importante di quanto si potrebbe credere. Ne è un lampante esempio quanto successo a Tahiti in passato, ben narrato nel libro di G. Carofiglio Passeggeri notturni. Andando dritti al punto, negli anni cinquanta lo psichiatra ed antropologo Robert Levy cercò di capire il perché dell’alto tasso di suicidi che interessava la più grande isola della Polinesia francese. Egli scoprì che gli abitanti del luogo nel proprio vocabolario non avevano le parole necessarie per indicare il malessere psicologico. Questa incomunicabilità del dolore e della tristezza spesso li portava al gesto estremo.

Il quoziente intellettivo è cambiato?

L’attuale popolazione umana ha un QI mediamente più elevato rispetto alle persone vissute verso l’inizio del passato secolo (Alfred Binet sperimentò per primo il test nel 1904). Ciò fu osservato dal ricercatore dal ricercatore neozelandese James R. Flynn che per primo definì questo fenomeno, chiamandolo appunto effetto Flynn.

«Durante quel secolo (il ventesimo, ndr) le nostre menti sono cambiate drasticamente. […] Siamo passati da persone che si confrontavano con un mondo materiale, e analizzavano quel mondo soprattutto nell’ottica di quanto avrebbe potuto essere loro utile, a persone che si misurano con un mondo molto complesso; un mondo dove abbiamo dovuto sviluppare nuove consuetudini mentali. E questo significa anche arricchire quel mondo materiale di classificazioni, introducendo astrazioni che cerchiamo di rendere logicamente coerenti e considerando seriamente ciò che è ipotetico, ossia immaginare cosa sarebbe potuto accadere invece di cosa accade» (Flynn J., TED2013).

Tuttavia, ora in alcuni Paesi industrializzati sta avvenendo una sorta di effetto Flynn inverso. Mentre nelle nazioni in via di sviluppo il quoziente intellettivo, seppur lentamente, continua a crescere, in alcuni altri posti dove c’è più ricchezza questo stalla e/o regredisce.

Che questa regressione, sicuramente multifattoriale, sia anche legata all’eccessiva semplificazione della vita a cui ci ha portato un’estrema tecnologizzazione? Possibile ma difficile da stabilire, proprio a causa della multifattorialità di certi fenomeni.

In ogni caso, è bene ricordare che l’intelletto umano è qualcosa di più sfumato e astruso; il quoziente intellettivo rappresenta solo una piccola parte dell’intelligenza umana.

Attualmente, la classificazione dell’intelligenza che va per la maggiore è ancora quella proposta da Howard Gardner, psicologo di fama mondiale che fra anni 70 e 90 suddivise l’intelligenza in nove tipologie: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale. Il QI si riferisce principalmente all’intelligenza logico-matematica, quindi teoricamente solo a 1/9 dell’intelligenza di un essere umano.

Quindi no, il quoziente intellettivo – alto o basso che sia – è un numero che non ci rappresenta, almeno non del tutto.

Approfondimenti

Ecco a voi alcune letture consigliate inerenti questi argomenti dell’articolo:

Atlante di neuroscienze di Netter (D. L. Felten e coll, 3a ediz., 2017)
- Cervello. Manuale dell'utente (Magrini M., 2017)
- Cervello: istruzioni per l'uso (Cravanzola E., 2018)
- Qualche breve lezione sul cervello (Vincent J. D., 2016)
- Le basi genetiche dell'intelligenza e della stabilità emotiva (Le Scienze, 2018)
- Geni e intelligenza: un rapporto sempre più complesso (Le Scienze, 2017)
- Alla scoperta della mente (Ulisse - Rai.TV, 2011)
- Il dialogo adulto-bambino e lo sviluppo cerebrale (Le Scienze, 2018)
- Cervello e intelligenza motoria (Cravanzola E., 2018)

Da segnalare inoltre questo video riguardante il ricercatore J. Flynn:

Riflessioni finali

E’ cambiato più il mondo nell’ultimo ventennio che nei passati 200 anni. In parallelo all’istruzione obbligatoria, alle svolte scientifiche ed informatiche anche il cervello di noi Sapiens si è mosso per stare al passo coi tempi; è quasi come se l’essere umano di oggi, per quanto simile a quello di ieri, sia qualcosa di differente. Presumibilmente sarà così anche in futuro, grazie alla plasticità cerebrale di cui l’uomo è dotato per natura.

Lo psicologo e ricercatore tedesco Heiner Rindermann nel suo libro Cognitive Capitalism sostiene che il QI continuerà lentamente a crescere nei paesi in via di sviluppo, discorso inverso per quelli occidentali. L’aumento dell’età media e la meccanizzazione sempre più marcata del lavoro stravolgerà la vita di miliardi di persone, difficile capire se sarà un cambiamento positivo o negativo.

Ovviamente l’incipit dell’articolo era una provocazione. Il parziale abbassamento del quoziente intellettivo è un argomento controverso, con dati spesso difficilmente interpretabili e la riduzione del vocabolario dei più giovani è frutto di un adattamento richiesto dai moderni mezzi di comunicazione. Anche se quest’ultimo rischia di compromettere seriamente le capacità oratorie e la comprensione di un certo tipo di letteratura.

Per concludere, la direzione in cui l’umanità sta procedendo è quella giusta? Stiamo inconsciamente confondendo il progresso con l’evoluzione?

Il sottoscritto non ha strumenti per rispondere a questa domanda, probabilmente nessuno li ha; fare previsioni a lungo termine, specie su argomenti di questo tipo, è sempre ostico.

Chi vivrà, vedrà…

Grazie per l’attenzione.

.

yoda

.

L’articolo ti è piaciuto? Seguici su Facebook e Instagram!

.

Referenze

Adams R. – Teachers in UK report growing ‘vocabulary deficiency’ (The Guardian, 2018)

Spectrum Learning – Poor in Spelling and Reading (link)

Flynn J. – Why our IQ levels are higher than our grandparents’ (TED, 2013)

Rindermann H. – Cognitive Capitalism (2018)

Corbellini G. – Il declino dell’intelligenza (2018)

Bregman R. – Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale (2017)

Annunci

Il legame fra la carenza di sonno e la voglia di cibo spazzatura

Come molti già sapranno è fondamentale avere un buon sonno, sia in termini quantitativi che qualitativi, per godere di un buono stato di salute.

Perfino gli infortuni sportivi solo correlati ad un cattivo riposo.

Lo studio in questione

Come segnalato dalla rivista italiana Le Scienze, alcuni ricercatori della Clinica Universitaria di Amburgo-Eppendorf e dell’Unìversità di Colonia (Germania) hanno pubblicato un articolo sul Journal of Neuroscience [1] che ha messo in evidenza meccanismi cerebrali legati alla voglia di cibo “sporco” (junk food).

In passato erano state notate in più occasioni delle variazioni ormonali che portavano a desiderare alimenti di un certo tipo, questo studio però entra più nell’ambito neuroscientifico.

Cosa accade e perché

Amigdala e ipotalamo, fra le altre cose, si occupano del famigerato “sistema della ricompensa“. Basta dormire poco anche solamente una o due volte per far cadere il cervello in questo tranello della ricompensa. Insomma, una carenza di sonno porta queste due componenti ad essere stimolate ben più del normale qualora i nostri occhi si posino sui cibi che, in un’ottica edonistica, più ci soddisfano.

L’amigdala in particolare, se sovrastimolata, porta a far prediligere alle persone cibi notoriamente molto calorici (ricchi di zuccheri e grassi).

Letture consigliate per approfondire:
- Endocrinologia e sport (1/3)
- I macronutrienti: tipologie e caratteristiche
- Energia e sport
- L'alimentazione per lo sport e la salute: quello che c'è da sapere
- Endocrinologia per le scienze motorie (Lenzi A. e coll., 2008)

Uno studio americano pubblicato qualche mese prima ha fatto notare come le persone in sovrappeso abbiano un’amigdala un po’ più grossa del normale [2]. Questi soggetti cadono in un circolo vizioso che, sia per meccanismi ormonali che mentali, le porta a mangiare sempre più del dovuto. Questa situazione spesso e volentieri sfocia nel patologico (obesità).

Conclusioni

Tirando le somme, appare chiaro come un sonno regolare e duraturo (almeno 7-8 ore) sia necessario non solo per alzarsi più riposati e meno stressati alla mattina ma anche per godere di una buona composizione corporea, e quindi salute.

Grazie per l’attenzione!

.

.

L’articolo ti è piaciuto? Seguici su Facebook e Instagram!

.

.

Referenze

[1] Rihm J. S. et al. – Sleep deprivation selectively up-regulates an amygdala-hypothalamic circuit involved in food reward (2018)

[2] Vainik U. et al. – Neurobehavioral correlates of obesity are largely heritable (2018)

Le Scienze – La carenza di sonno aumenta la voglia di Junk Food (2018)

Robert D. Vorona et al. – Overweight and Obese Patients in a Primary Care Population Report Less Sleep Than Patients With a Normal Body Mass Index (2005)

Perché è così difficile cambiare certe opinioni?

Tifo sportivo, politica, religione e non solo, sono argomenti che come pochi altri riescono a dividere e polarizzare le persone. «Divide et impera» diceva già più di duemila anni fa qualcuno. Ma come mai l’essere umano, una volta che si è fossilizzato su un’idea, salvo rari casi, non è disponibile a ritrattarla?

Mind.png

In questo articolo cercheremo di dare una risposta alla domanda che ci siamo appena posti.

Psicologia

La difficoltà che proviamo nel cambiare opinione è data principalmente dal alcuni bias più o meno radicati nella psicologia umana. I bias cognitivi altro non sono che costrutti basati su percezioni errate della realtà e/o pregiudizi che di frequente possono portare le persone a fare affermazioni e pensieri errati sui più svariati argomenti.

I bias strettamente legati all’argomento centrale di questo articolo sono i seguenti:

  • Bias di conferma: qualunque nuova informazione conferma le nostre convinzioni precedenti, confutando quelle opposte.
  • Bias di gruppo: bias che ci porta a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo di appartenenza, attribuendo perentoriamente alla sfortuna gli eventi negativi e al merito e talento quelli positivi.
  • Effetto carovana: rappresenta la tendenza a credere in qualcosa solo perché molte altre persone vicine a noi ci credono (questo fenomeno si sopra bene con la religione e la politica).
  • Bias conservativo: ogni novità viene vista con grande sospetto e sottovalutata rispetto alle precedenti convinzioni. Se per esempio leggo una rivista che porta avanti la tesi della nocività del latte di vacca per l’essere umano ed inizio a credere a questa tesi, difficilmente prenderò in considerazione le opinioni di chi smentisce questa nocività, indipendentemente dall’autorevolezza delle fonti.
  • Bias di proiezione: percezione distolta della realtà. Riteniamo di pensare e vedere le cose sempre nella maniera giusta e ci sembra che anche le altre persone la pensino come noi (falso consenso).
Questione di cervello

Dietro al mutamento delle idee c’è anche un aspetto se vogliamo più concreto e tangibile, per quanto può essere tangibile un cambiamento strutturale di pochi micron all’interno del cervello.

Quando una nostra opinione ben consolidata viene messa in discussione, attaccata, il nostro cervello si difende. Quasi come se quest’ultimo avesse un sistema immunitario pronto a contrastare ogni pericolo esterno, se per pericolo esterno intendiamo informazioni che rischierebbero di far crollare le nostre certezze. Al riguardo, come asserisce lo psicologo americano Jonas Kaplan: «La responsabilità primaria del cervello è prendersi cura del corpo, proteggere il corpo. Il sé psicologico è l’estensione del cervello. Quando il nostro sé si sente attaccato, il nostro cervello fa valere le stesse difese che ha per proteggere il corpo».

Quanto detto in queste ultime righe vale in particolar modo per le ideologie politiche, dato che esse le percepiamo come qualcosa di fortemente legato alla nostra identità personale, quasi fossero connaturate all’animo umano. Magari le abbiamo ereditate dall’ambiente (familiare e non solo) in cui siamo cresciuti ed abbandonarle, o più semplicemente rivalutarle, ci farebbe sentire indifesi – visto l’attacco al nostro sé – e tremendamente insicuri.

«Un uomo è sempre preda delle proprie verità. Quando le abbia riconosciute, egli non è capace di staccarsene», Albert Camus.

Uno studio discretamente famoso pubblicato su Nature [1] ha mostrato tramite la risonanza magnetica funzionale (RMF) quali sono le aree del cervello maggiormente attive durante un dibattito con una persona che mette fortemente in discussione le nostre convinzioni politiche più radicate (immagine sotto).

srep39589-f2

In rosso e giallo, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del “segnale” durante l’elaborazione di conversazioni a sfondo politico (P> NP). In blu e verde, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del segnale durante delle discussioni non inerenti temi politici (NP> P).

Cos’è emerso? Durante i momenti più accesi del dibattito le zone del cervello maggiormente attive erano quelle che si pensava corrispondessero all’identità personale (self-identity) e alle emozioni negative (amigdala). Vedendo la differenza dell’intensità di segnale fra le questioni politiche e non politiche, J. Kaplan e colleghi hanno bollato come “default mode network” l’insieme di strutture cerebrali implicate nel pensare a se stessi, alla propria identità, alla memoria ed al mind-wandering (tendenza della mente a vagare ed a spostare l’attenzione su altro).

In sintesi, il cervello attiva automaticamente le aree predisposte alla contemplazione di noi stessi ed ai cattivi pensieri e probabilmente lo fa per mettere una sorta di blocco, un ostacolo al cambiamento delle idee più radicate. Le persone dello studio citato poco fa potevano cambiare idea su argomenti non politici dove non avevano grande interesse o credenze solide (ad esempio il valore delle scoperte di Edison o Albert Einstein), ma sulle questioni politiche la cosa era molto più ostica (grafico sotto).

unnamed__1_

Cambiare le idee più radicate è difficilissimo (Kaplan T. J. et al., 2016)

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente col microscopio elettronico a scansione. Tutto ciò è garantito dalla plasticità del nostro cervello, ovvero la capacità dell’encefalo di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità in base all’attività dei propri neuroni.

Al riguardo ci sentiamo di consigliarvi le seguenti letture:

- Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)Cervello. Manuale dell'utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (Magrini M.)
- Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (Le Scienze)
Inefficacia del debunking

Proprio a causa dei pregiudizi riportati nel precedente paragrafo il debunking, ovvero quell’insieme di attività che hanno come fine lo smascheramento di bufale (fake news) molto spesso è poco efficace. Ma come mai lo è?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricollegarci al concetto del bias di conferma. Infatti: «Nel valutare notizie e idee, la nostra mente è più attenta a riconoscersi in un gruppo di appartenenza, che rafforza la nostra identità, che non a valutare l’accuratezza delle informazioni» [2]. Inoltre, il bias di conferma va a nozze con le cosiddette bugie blu, restando in tema politico: «I bambini iniziano a dire bugie egoistiche verso i tre anni, quando scoprono che gli adulti non possono leggere i loro pensieri: non ho rubato quel giocattolo, papà ha detto che potevo, mi ha picchiato lui per primo. A circa sette anni iniziano a dire “bugie bianche” motivate da sentimenti di empatia e compassione: che bello il tuo disegno, i calzini sono un bel regalo di Natale, sei divertente.

Le “bugie blu” appartengono a una categoria del tutto diversa: sono allo stesso tempo egoiste e vantaggiose per gli altri, ma solo se appartengono al proprio gruppo. Come spiega Kang Lee, psicologo all’Università di Toronto, queste bugie cadono a metà fra quelle “bianche” dette per altruismo e quelle “nere” di tipo egoista. “Si può dire una bugia blu contro un altro gruppo”, dice Lee, e questo rende chi la dice allo stesso tempo altruista ed egoista. “Per esempio, si può mentire su una scorrettezza commessa dalla squadra in cui giochi, che è una cosa antisociale, ma aiuta la tua squadra.”

In uno studio del 2008 su bambini di 7, 9 e 11 anni – il primo del suo genere – Lee e colleghi hanno scoperto che i bambini diventano più propensi a raccontare e approvare le bugie blu via via che crescono. Per esempio, potendo mentire a un intervistatore sulle scorrettezze avvenuta durante la fase di selezione delle squadre in un torneo scolastico di scacchi, molti erano abbastanza disposti a farlo, e i ragazzi grandi più di quelli più giovani. I bambini che mentivano non avevano nulla da guadagnare personalmente; lo stavano facendo per la loro scuola. Questa ricerca suggerisce che le bugie nere isolano le persone, le bugie bianche le uniscono, e le bugie blu coalizzano alcune persone e ne allontanano altre. […] Questa ricerca – e queste storie – evidenziano una dura verità sulla nostra specie: siamo creature intensamente sociali, ma siamo inclini a dividerci in gruppi competitivi, in gran parte per il controllo della distribuzione delle risorse. […] “La gente perdona le bugie contro le nazioni nemiche, e dato che oggi in America molte persone vedono quelli dall’altra parte politica come nemici, possono ritenere – quando le riconoscono – che siano strumenti di guerra appropriati”, dice George Edwards, politologo alla Texas A & M e uno dei più importanti studiosi nazionali della presidenza» [3].

fake news

Per avviarci alla conclusione del paragrafo, questo meccanismo psicologico è direttamente collegato al concetto della post-verità (post–truth), cioè alla non importanza della veridicità di una notizia. Vera o falsa che sia, l’unico fine di quest’ultima è quello di rafforzare i pregiudizi delle persone. Ecco spiegato il perché dello scarso potere del debunking nel far cambiare idea alle persone su determinati argomenti, anche quando la fake news è lapalissiana.

Come riporta uno noto studio italiano pubblicato l’anno scorso: «I nostri risultati mostrano che i post di debunking rimangono principalmente confinati all’interno della camera dell’eco scientifico e solo pochi utenti solitamente esposti a richieste non comprovate interagiscono attivamente con le correzioni. Le informazioni di dissenso vengono principalmente ignorate e, se guardiamo al sentimento espresso dagli utenti nei loro commenti, troviamo un ambiente piuttosto negativo. Inoltre, dimostriamo che i pochi utenti della camera di congiunzione delle cospirazioni che interagiscono con i post di smascheramento manifestano una maggiore tendenza a commentare, in generale. Tuttavia, se osserviamo il loro tasso di commenti e gradimento, cioè il numero giornaliero di commenti e mi piace, scopriamo che la loro attività nella camera di eco della cospirazione aumenta dopo l’interazione (quindi nonostante lo sbufalamento, la loro passione per i complotti aumenta, ndr).

Pertanto, le informazioni dissenzienti online vengono ignorate. In effetti, i nostri risultati suggeriscono che le informazioni di debunking restano confinate all’interno della camera d’eco scientifico e che pochissimi utenti della camera di eco della cospirazione interagiscono con i post di debunking. Inoltre, l’interazione sembra portare ad un crescente interesse per contenuti di tipo cospirativo.

Dal nostro punto di vista, la diffusione di contenuti fasulli è in qualche modo correlata alla crescente sfiducia delle persone rispetto alle istituzioni, al crescente livello di analfabetismo funzionale, ovvero all’incapacità di comprendere correttamente le informazioni che interessano i paesi occidentali, nonché all’effetto combinato di bias di conferma al lavoro su un enorme bacino di informazioni in cui la qualità è scarsa. Secondo queste impostazioni, le attuali campagne di debunking e le soluzioni algoritmiche non sembrano essere le migliori opzioni. I nostri risultati suggeriscono che il principale problema alla base della disinformazione è il conservatorismo piuttosto che la creduloneria» [4].

Qui un approccio più “filosofico” all’argomento…

Conclusioni

Paradossalmente capire qualche cosa di più sulle nostre vie cognitive ci ha permesso di far luce su alcuni nostri limiti fisiologici ma allo stesso tempo ci ha portato a porci altre domande, nuove paranoie.

Del resto, come diceva il celebre fisico statunitense John Archibald: «Quando cresce l’isola della conoscenza, cresce anche la costa della nostra ignoranza».

Se il nostro cervello cerca di essere conservativo e restio al cambiamento di certe opinioni, è completamente impossibile maturare e cambiarle? Non esiste un modo per aggirare questo blocco? E qualora ci fosse, sarebbe gestibile? Dopotutto, il restare ancorati a certe posizioni è uno stratagemma a cui ricorre la mente umana per darci stabilità, senza venire travolti dal cambiamento.

Chi ha scritto questo articolo non ha le risposte, voi lettori nemmeno ma è proprio questo il bello della scienza (e anche della filosofia), la ricerca eterna di verità a cui probabilmente non si giungerà mai, almeno non in maniera definitiva.

«Bisogna sempre tener presenti questi […] principi: cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione. Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione verosimile, come la giustizia o l’interesse comune, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria» (Marco Aurelio).

Grazie per l’attenzione!

yoda

.

L’articolo ti è piaciuto? Seguici su Facebook e Instagram!

.

.

Referenze e approfondimenti

[1] Kaplan T. J. et al. – Neural correlates of maintaining one’s political beliefs in the face of counterevidence (2016)

[2] Le Scienze – Perché crediamo al nostro partito politico (2018)

[3] Le Scienze – Perché le “bugie blu” non fanno perdere consensi (2017)

[4] Zollo F. et al. – Debunking in a world of tribes (2017)

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Haidt J. – Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (2013)

Cravanzola E. – Bias cognitivi e fallace logiche (2019)

Resnick B. – A new brain study sheds light on why it can be so hard to change someone’s political beliefs (2017)

Le Scienze – Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (2018)

Il Post – Smentire le bufale è inutile? (2015)