I giovani sono sempre più stupidi?

Alt! Se state leggendo queste righe è perché avete appena aperto l’articolo, quindi evitate di indignarvi.

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So cosa starete pensando: “Ecco, il solito vecchio pseudo-intellettuale che ci critica”. No, no e no. Chi scrive è uno dei vostri (classe novantacinque).

Perché scrivere questo articolo? Per parlare di alcuni interessanti articoli usciti su giornali stranieri più o meno noti, oltre che di un celebre fenomeno riguardante le variazioni del quoziente intellettivo avvenute negli ultimi 100 anni. E anche per soddisfare la voglia di mettere nero su bianco qualche pensiero.

Facciamo una riflessione tutti insieme.

Rivoluzione digitale

Attualmente siamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale: quella digitale. Sono cambiate le abitudini delle persone, il mondo del lavoro, la comunicazione e l’informazione, i rapporti fra le persone.

Vi sono stati talmente tanti cambiamenti che esiste una definizione per dividere chi è nato nel bel mezzo di questa rapida innovazione tecnologia e chi no. Stiamo parlando del concetto di nativo digitale. I nativi digitali sono persone cresciute in un periodo in cui smartphone, computer (sia fissi che portatili), tablet, sono molto comuni, alla portata di tutti. Invece, i non nativi sono persone nate prima del boom digitale e che magari hanno imparato ad usare le nuove tecnologie quando non erano più giovani (immigrati digitali).

La tecnologia, sotto molti aspetti, ha reso la vita delle persone più semplice, ha fatto diventare certe cose più rapide e immediate. Ci basta tenere premuta una piccola porzione dello schermo di uno smartphone per mandare un messaggio audio, usare i comandi vocali per aprire applicazioni, aggiungere prodotti da acquistare al carrello di qualche negozio online, chiedere news sul meteo di una località, e così via.

Questa eccessiva semplificazione di molte azioni quotidiane ha probabilmente ridotto un po’ troppo l’utilizzo del cervello. Ma su questo punto torneremo fra poco.

Sempre meno parole

Come già accennato nel precedente paragrafo, la tecnologia ha avuto un forte impatto sul nostro modo di comunicare. Il correttore automatico dello smartphone, la tastiera virtuale intelligente che suggerisce le parole da usare, il ricorrere appunto a determinate parole per inviare messaggi possibilmente brevi su WhatsApp, utilizzando magari delle emoticon col fine di troncare una conversazione o far capire con semplicità il nostro stato d’animo all’interlocutore, ha influenzato negativamente le capacità lessicali delle singole persone.

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Un articolo pubblicato su The Guardian, famosissimo giornale britannico, ha messo in luce un fatto alquanto spiacevole. Le nuove generazioni hanno un vocabolario sempre più limitato, in poche parole i giovani conoscono sempre meno parole.

«Gli insegnanti stanno notando un numero crescente di bambini con un vocabolario esiguo – alunni impauriti dalle scuole elementari a quelle secondarie – e temono le “deficienze del vocabolario” che li terranno indietro educativamente e socialmente. In risposta, alcune scuole hanno affermato di aver adottato approcci come evidenziare il loro uso del linguaggio.

Un sondaggio condotto su 1.300 insegnanti di scuola primaria e secondaria in tutto il Regno Unito ha rilevato che oltre il 60% di essi ha visto aumentare gli episodi di “underdeveloped vocabulary” tra gli alunni di tutte le età, portando a una diminuzione dell’autostima, a comportamenti negativi e ad alcune difficoltà nel fare amicizia.

Il rapporto, commissionato dalla Oxford University Press, ha rilevato che il gap di parole per molti alunni è rimasto “ostinatamente alto” nelle scuole secondarie, dove gli insegnanti affermano di avere meno tempo e meno risorse per affrontare il problema.

“Questo è significativo perché mentre lo sviluppo del linguaggio è un obiettivo chiave nell’educazione dei primi anni, sono state condotte relativamente poche ricerche sul deficit linguistico man mano che i bambini progrediscono attraverso l’istruzione secondaria”, hanno osservato gli autori del rapporto. Gli insegnanti delle scuole secondarie hanno affermato che il deficit di vocabolario ostacola il progresso degli studenti non solo in inglese ma anche in una serie di argomenti, tra cui la storia e la geografia».

La capacità di esprimersi, di comunicare agli altri ciò che si ha dentro è più importante di quanto si potrebbe credere. Ne è un lampante esempio quanto successo a Tahiti in passato, ben narrato nel libro di G. Carofiglio Passeggeri notturni. Andando dritti al punto, negli anni cinquanta lo psichiatra ed antropologo Robert Levy cercò di capire il perché dell’alto tasso di suicidi che interessava la più grande isola della Polinesia francese. Egli scoprì che gli abitanti del luogo nel proprio vocabolario non avevano le parole necessarie per indicare il malessere psicologico. Questa incomunicabilità del dolore e della tristezza spesso li portava al gesto estremo.

Il quoziente intellettivo è cambiato?

L’attuale popolazione umana ha un QI mediamente più elevato rispetto alle persone vissute verso l’inizio del passato secolo (Alfred Binet sperimentò per primo il test nel 1904). Ciò fu osservato dal ricercatore dal ricercatore neozelandese James R. Flynn che per primo definì questo fenomeno, chiamandolo appunto effetto Flynn.

«Durante quel secolo (il ventesimo, ndr) le nostre menti sono cambiate drasticamente. […] Siamo passati da persone che si confrontavano con un mondo materiale, e analizzavano quel mondo soprattutto nell’ottica di quanto avrebbe potuto essere loro utile, a persone che si misurano con un mondo molto complesso; un mondo dove abbiamo dovuto sviluppare nuove consuetudini mentali. E questo significa anche arricchire quel mondo materiale di classificazioni, introducendo astrazioni che cerchiamo di rendere logicamente coerenti e considerando seriamente ciò che è ipotetico, ossia immaginare cosa sarebbe potuto accadere invece di cosa accade» (Flynn J., TED2013).

Tuttavia, ora in alcuni Paesi industrializzati sta avvenendo una sorta di effetto Flynn inverso. Mentre nelle nazioni in via di sviluppo il quoziente intellettivo, seppur lentamente, continua a crescere, in alcuni altri posti dove c’è più ricchezza questo stalla e/o regredisce.

Che questa regressione, sicuramente multifattoriale, sia anche legata all’eccessiva semplificazione della vita a cui ci ha portato un’estrema tecnologizzazione? Possibile ma difficile da stabilire, proprio a causa della multifattorialità di certi fenomeni.

In ogni caso, è bene ricordare che l’intelletto umano è qualcosa di più sfumato e astruso; il quoziente intellettivo rappresenta solo una piccola parte dell’intelligenza umana.

Attualmente, la classificazione dell’intelligenza che va per la maggiore è ancora quella proposta da Howard Gardner, psicologo di fama mondiale che fra anni 70 e 90 suddivise l’intelligenza in nove tipologie: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale. Il QI si riferisce principalmente all’intelligenza logico-matematica, quindi teoricamente solo a 1/9 dell’intelligenza di un essere umano.

Quindi no, il quoziente intellettivo – alto o basso che sia – è un numero che non ci rappresenta, almeno non del tutto.

Approfondimenti

Ecco a voi alcune letture consigliate inerenti questi argomenti dell’articolo:

Atlante di neuroscienze di Netter (D. L. Felten e coll, 3a ediz., 2017)
- Cervello. Manuale dell'utente (Magrini M., 2017)
- Cervello: istruzioni per l'uso (Cravanzola E., 2018)
- Qualche breve lezione sul cervello (Vincent J. D., 2016)
- Le basi genetiche dell'intelligenza e della stabilità emotiva (Le Scienze, 2018)
- Geni e intelligenza: un rapporto sempre più complesso (Le Scienze, 2017)
- Alla scoperta della mente (Ulisse - Rai.TV, 2011)
- Il dialogo adulto-bambino e lo sviluppo cerebrale (Le Scienze, 2018)
- Cervello e intelligenza motoria (Cravanzola E., 2018)

Da segnalare inoltre questo video riguardante il ricercatore J. Flynn:

Riflessioni finali

E’ cambiato più il mondo nell’ultimo ventennio che nei passati 200 anni. In parallelo all’istruzione obbligatoria, alle svolte scientifiche ed informatiche anche il cervello di noi Sapiens si è mosso per stare al passo coi tempi; è quasi come se l’essere umano di oggi, per quanto simile a quello di ieri, sia qualcosa di differente. Presumibilmente sarà così anche in futuro, grazie alla plasticità cerebrale di cui l’uomo è dotato per natura.

Lo psicologo e ricercatore tedesco Heiner Rindermann nel suo libro Cognitive Capitalism sostiene che il QI continuerà lentamente a crescere nei paesi in via di sviluppo, discorso inverso per quelli occidentali. L’aumento dell’età media e la meccanizzazione sempre più marcata del lavoro stravolgerà la vita di miliardi di persone, difficile capire se sarà un cambiamento positivo o negativo.

Ovviamente l’incipit dell’articolo era una provocazione. Il parziale abbassamento del quoziente intellettivo è un argomento controverso, con dati spesso difficilmente interpretabili e la riduzione del vocabolario dei più giovani è frutto di un adattamento richiesto dai moderni mezzi di comunicazione. Anche se quest’ultimo rischia di compromettere seriamente le capacità oratorie e la comprensione di un certo tipo di letteratura.

Per concludere, la direzione in cui l’umanità sta procedendo è quella giusta? Stiamo inconsciamente confondendo il progresso con l’evoluzione?

Il sottoscritto non ha strumenti per rispondere a questa domanda, probabilmente nessuno li ha; fare previsioni a lungo termine, specie su argomenti di questo tipo, è sempre ostico.

Chi vivrà, vedrà…

Grazie per l’attenzione.

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yoda

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Referenze

Adams R. – Teachers in UK report growing ‘vocabulary deficiency’ (The Guardian, 2018)

Spectrum Learning – Poor in Spelling and Reading (link)

Flynn J. – Why our IQ levels are higher than our grandparents’ (TED, 2013)

Rindermann H. – Cognitive Capitalism (2018)

Corbellini G. – Il declino dell’intelligenza (2018)

Bregman R. – Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale (2017)

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Gli infortuni nel pugilato e nelle MMA

Quanto è probabile infortunarsi negli sport da combattimento professionistici? Sono più pericolose le arti marziali miste o la boxe? Statisticamente quali sono gli infortuni più probabili?

Discutiamone!

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Cos’è un infortunio?

Un infortunio, in senso medico-sportivo, è un evento che si verifica quando l’atleta è impegnato nell’attività sportiva e subisce un qualsiasi danno alla propria struttura corporea. Per essere un vero e proprio infortunio, questo danno dev’essere tale da influire, negativamente, sulla frequenza o intensità di allenamento (o di partecipazione all’attività sportiva). Continua a leggere

Perché è così difficile cambiare certe opinioni?

Tifo sportivo, politica, religione e non solo, sono argomenti che come pochi altri riescono a dividere e polarizzare le persone. «Divide et impera» diceva già più di duemila anni fa qualcuno. Ma come mai l’essere umano, una volta che si è fossilizzato su un’idea, salvo rari casi, non è disponibile a ritrattarla?

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In questo articolo cercheremo di dare una risposta alla domanda che ci siamo appena posti.

Psicologia

La difficoltà che proviamo nel cambiare opinione è data principalmente dal alcuni bias più o meno radicati nella psicologia umana. I bias cognitivi altro non sono che costrutti basati su percezioni errate della realtà e/o pregiudizi che di frequente possono portare le persone a fare affermazioni e pensieri errati sui più svariati argomenti.

I bias strettamente legati all’argomento centrale di questo articolo sono i seguenti:

  • Bias di conferma: qualunque nuova informazione conferma le nostre convinzioni precedenti, confutando quelle opposte.
  • Bias di gruppo: bias che ci porta a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo di appartenenza, attribuendo perentoriamente alla sfortuna gli eventi negativi e al merito e talento quelli positivi.
  • Effetto carovana: rappresenta la tendenza a credere in qualcosa solo perché molte altre persone vicine a noi ci credono (questo fenomeno si sopra bene con la religione e la politica).
  • Bias conservativo: ogni novità viene vista con grande sospetto e sottovalutata rispetto alle precedenti convinzioni. Se per esempio leggo una rivista che porta avanti la tesi della nocività del latte di vacca per l’essere umano ed inizio a credere a questa tesi, difficilmente prenderò in considerazione le opinioni di chi smentisce questa nocività, indipendentemente dall’autorevolezza delle fonti.
  • Bias di proiezione: percezione distolta della realtà. Riteniamo di pensare e vedere le cose sempre nella maniera giusta e ci sembra che anche le altre persone la pensino come noi (falso consenso).
Questione di cervello

Dietro al mutamento delle idee c’è anche un aspetto se vogliamo più concreto e tangibile, per quanto può essere tangibile un cambiamento strutturale di pochi micron all’interno del cervello.

Quando una nostra opinione ben consolidata viene messa in discussione, attaccata, il nostro cervello si difende. Quasi come se quest’ultimo avesse un sistema immunitario pronto a contrastare ogni pericolo esterno, se per pericolo esterno intendiamo informazioni che rischierebbero di far crollare le nostre certezze. Al riguardo, come asserisce lo psicologo americano Jonas Kaplan: «La responsabilità primaria del cervello è prendersi cura del corpo, proteggere il corpo. Il sé psicologico è l’estensione del cervello. Quando il nostro sé si sente attaccato, il nostro cervello fa valere le stesse difese che ha per proteggere il corpo».

Quanto detto in queste ultime righe vale in particolar modo per le ideologie politiche, dato che esse le percepiamo come qualcosa di fortemente legato alla nostra identità personale, quasi fossero connaturate all’animo umano. Magari le abbiamo ereditate dall’ambiente (familiare e non solo) in cui siamo cresciuti ed abbandonarle, o più semplicemente rivalutarle, ci farebbe sentire indifesi – visto l’attacco al nostro sé – e tremendamente insicuri.

«Un uomo è sempre preda delle proprie verità. Quando le abbia riconosciute, egli non è capace di staccarsene», Albert Camus.

Uno studio discretamente famoso pubblicato su Nature [1] ha mostrato tramite la risonanza magnetica funzionale (RMF) quali sono le aree del cervello maggiormente attive durante un dibattito con una persona che mette fortemente in discussione le nostre convinzioni politiche più radicate (immagine sotto).

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In rosso e giallo, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del “segnale” durante l’elaborazione di conversazioni a sfondo politico (P> NP). In blu e verde, le regioni del cervello che hanno mostrato un aumento del segnale durante delle discussioni non inerenti temi politici (NP> P).

Cos’è emerso? Durante i momenti più accesi del dibattito le zone del cervello maggiormente attive erano quelle che si pensava corrispondessero all’identità personale (self-identity) e alle emozioni negative (amigdala). Vedendo la differenza dell’intensità di segnale fra le questioni politiche e non politiche, J. Kaplan e colleghi hanno bollato come “default mode network” l’insieme di strutture cerebrali implicate nel pensare a se stessi, alla propria identità, alla memoria ed al mind-wandering (tendenza della mente a vagare ed a spostare l’attenzione su altro).

In sintesi, il cervello attiva automaticamente le aree predisposte alla contemplazione di noi stessi ed ai cattivi pensieri e probabilmente lo fa per mettere una sorta di blocco, un ostacolo al cambiamento delle idee più radicate. Le persone dello studio citato poco fa potevano cambiare idea su argomenti non politici dove non avevano grande interesse o credenze solide (ad esempio il valore delle scoperte di Edison o Albert Einstein), ma sulle questioni politiche la cosa era molto più ostica (grafico sotto).

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Cambiare le idee più radicate è difficilissimo (Kaplan T. J. et al., 2016)

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente col microscopio elettronico a scansione. Tutto ciò è garantito dalla plasticità del nostro cervello, ovvero la capacità dell’encefalo di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità in base all’attività dei propri neuroni.

Al riguardo ci sentiamo di consigliarvi le seguenti letture:

- Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)Cervello. Manuale dell'utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (Magrini M.)
- Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (Le Scienze)
Inefficacia del debunking

Proprio a causa dei pregiudizi riportati nel precedente paragrafo il debunking, ovvero quell’insieme di attività che hanno come fine lo smascheramento di bufale (fake news) molto spesso è poco efficace. Ma come mai lo è?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricollegarci al concetto del bias di conferma. Infatti: «Nel valutare notizie e idee, la nostra mente è più attenta a riconoscersi in un gruppo di appartenenza, che rafforza la nostra identità, che non a valutare l’accuratezza delle informazioni» [2]. Inoltre, il bias di conferma va a nozze con le cosiddette bugie blu, restando in tema politico: «I bambini iniziano a dire bugie egoistiche verso i tre anni, quando scoprono che gli adulti non possono leggere i loro pensieri: non ho rubato quel giocattolo, papà ha detto che potevo, mi ha picchiato lui per primo. A circa sette anni iniziano a dire “bugie bianche” motivate da sentimenti di empatia e compassione: che bello il tuo disegno, i calzini sono un bel regalo di Natale, sei divertente.

Le “bugie blu” appartengono a una categoria del tutto diversa: sono allo stesso tempo egoiste e vantaggiose per gli altri, ma solo se appartengono al proprio gruppo. Come spiega Kang Lee, psicologo all’Università di Toronto, queste bugie cadono a metà fra quelle “bianche” dette per altruismo e quelle “nere” di tipo egoista. “Si può dire una bugia blu contro un altro gruppo”, dice Lee, e questo rende chi la dice allo stesso tempo altruista ed egoista. “Per esempio, si può mentire su una scorrettezza commessa dalla squadra in cui giochi, che è una cosa antisociale, ma aiuta la tua squadra.”

In uno studio del 2008 su bambini di 7, 9 e 11 anni – il primo del suo genere – Lee e colleghi hanno scoperto che i bambini diventano più propensi a raccontare e approvare le bugie blu via via che crescono. Per esempio, potendo mentire a un intervistatore sulle scorrettezze avvenuta durante la fase di selezione delle squadre in un torneo scolastico di scacchi, molti erano abbastanza disposti a farlo, e i ragazzi grandi più di quelli più giovani. I bambini che mentivano non avevano nulla da guadagnare personalmente; lo stavano facendo per la loro scuola. Questa ricerca suggerisce che le bugie nere isolano le persone, le bugie bianche le uniscono, e le bugie blu coalizzano alcune persone e ne allontanano altre. […] Questa ricerca – e queste storie – evidenziano una dura verità sulla nostra specie: siamo creature intensamente sociali, ma siamo inclini a dividerci in gruppi competitivi, in gran parte per il controllo della distribuzione delle risorse. […] “La gente perdona le bugie contro le nazioni nemiche, e dato che oggi in America molte persone vedono quelli dall’altra parte politica come nemici, possono ritenere – quando le riconoscono – che siano strumenti di guerra appropriati”, dice George Edwards, politologo alla Texas A & M e uno dei più importanti studiosi nazionali della presidenza» [3].

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Per avviarci alla conclusione del paragrafo, questo meccanismo psicologico è direttamente collegato al concetto della post-verità (post–truth), cioè alla non importanza della veridicità di una notizia. Vera o falsa che sia, l’unico fine di quest’ultima è quello di rafforzare i pregiudizi delle persone. Ecco spiegato il perché dello scarso potere del debunking nel far cambiare idea alle persone su determinati argomenti, anche quando la fake news è lapalissiana.

Come riporta uno noto studio italiano pubblicato l’anno scorso: «I nostri risultati mostrano che i post di debunking rimangono principalmente confinati all’interno della camera dell’eco scientifico e solo pochi utenti solitamente esposti a richieste non comprovate interagiscono attivamente con le correzioni. Le informazioni di dissenso vengono principalmente ignorate e, se guardiamo al sentimento espresso dagli utenti nei loro commenti, troviamo un ambiente piuttosto negativo. Inoltre, dimostriamo che i pochi utenti della camera di congiunzione delle cospirazioni che interagiscono con i post di smascheramento manifestano una maggiore tendenza a commentare, in generale. Tuttavia, se osserviamo il loro tasso di commenti e gradimento, cioè il numero giornaliero di commenti e mi piace, scopriamo che la loro attività nella camera di eco della cospirazione aumenta dopo l’interazione (quindi nonostante lo sbufalamento, la loro passione per i complotti aumenta, ndr).

Pertanto, le informazioni dissenzienti online vengono ignorate. In effetti, i nostri risultati suggeriscono che le informazioni di debunking restano confinate all’interno della camera d’eco scientifico e che pochissimi utenti della camera di eco della cospirazione interagiscono con i post di debunking. Inoltre, l’interazione sembra portare ad un crescente interesse per contenuti di tipo cospirativo.

Dal nostro punto di vista, la diffusione di contenuti fasulli è in qualche modo correlata alla crescente sfiducia delle persone rispetto alle istituzioni, al crescente livello di analfabetismo funzionale, ovvero all’incapacità di comprendere correttamente le informazioni che interessano i paesi occidentali, nonché all’effetto combinato di bias di conferma al lavoro su un enorme bacino di informazioni in cui la qualità è scarsa. Secondo queste impostazioni, le attuali campagne di debunking e le soluzioni algoritmiche non sembrano essere le migliori opzioni. I nostri risultati suggeriscono che il principale problema alla base della disinformazione è il conservatorismo piuttosto che la creduloneria» [4].

Qui un approccio più “filosofico” all’argomento…

Conclusioni

Paradossalmente capire qualche cosa di più sulle nostre vie cognitive ci ha permesso di far luce su alcuni nostri limiti fisiologici ma allo stesso tempo ci ha portato a porci altre domande, nuove paranoie.

Del resto, come diceva il celebre fisico statunitense John Archibald: «Quando cresce l’isola della conoscenza, cresce anche la costa della nostra ignoranza».

Se il nostro cervello cerca di essere conservativo e restio al cambiamento di certe opinioni, è completamente impossibile maturare e cambiarle? Non esiste un modo per aggirare questo blocco? E qualora ci fosse, sarebbe gestibile? Dopotutto, il restare ancorati a certe posizioni è uno stratagemma a cui ricorre la mente umana per darci stabilità, senza venire travolti dal cambiamento.

Chi ha scritto questo articolo non ha le risposte, voi lettori nemmeno ma è proprio questo il bello della scienza (e anche della filosofia), la ricerca eterna di verità a cui probabilmente non si giungerà mai, almeno non in maniera definitiva.

«Bisogna sempre tener presenti questi […] principi: cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione. Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione verosimile, come la giustizia o l’interesse comune, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria» (Marco Aurelio).

Grazie per l’attenzione!

yoda

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Referenze e approfondimenti

[1] Kaplan T. J. et al. – Neural correlates of maintaining one’s political beliefs in the face of counterevidence (2016)

[2] Le Scienze – Perché crediamo al nostro partito politico (2018)

[3] Le Scienze – Perché le “bugie blu” non fanno perdere consensi (2017)

[4] Zollo F. et al. – Debunking in a world of tribes (2017)

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Haidt J. – Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (2013)

Cravanzola E. – Bias cognitivi e fallace logiche (2019)

Resnick B. – A new brain study sheds light on why it can be so hard to change someone’s political beliefs (2017)

Le Scienze – Flessibilità cognitiva e scelte elettorali (2018)

Il Post – Smentire le bufale è inutile? (2015)

Bias cognitivi e fallacie logiche: fra scienza e quotidianità

Vi siete mai chiesti quali sono i processi che stanno dietro alla selezione delle fonti quando dobbiamo informarci su un determinato argomento? Come mai noi tendiamo a propendere per un articolo piuttosto che un altro? In che modo possono influenzarci i pregiudizi?

Se la risposta è negativa, questo è l’articolo che fa per voi!

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A differenza di quel che si potrebbe pensare in un primo momento, l’argomento di questo articolo è perfettamente attinente all’ambiente del benessere e dello sport, anzi, lo è a tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

Definizione

I bias cognitivi sono costrutti basati su percezioni errate della realtà e/o pregiudizi che di frequente possono portare le persone a fare affermazioni e pensieri errati su i più svariati argomenti. Invece, le fallacie logiche (o sofismi) sono errori nascosti nel ragionamento che comportano la violazione delle regole di un confronto argomentativo corretto.

E’ tutt’altro che raro – soprattutto su internet – quando i commenti sono espressi in maniera civile, vedere utenti consapevoli di essere di parte o pieni di pregiudizi circa un determinato tema, principiare una discussione con frasi del tipo: «Premetto che riguardo all’argomento x ho i miei bias, …».

Quanti tipi di bias esistono?

Esistono svariate decine di bias cognitivi. Qui di seguito ne elencheremo i principali:

  • bias di conferma: qualunque nuova informazione conferma le nostre convinzioni precedenti, confutando quelle opposte. Questo è in assoluto uno dei pregiudizi più comuni, è infatti fortemente legato alle posizioni religiose e politiche: «Nel valutare notizie e idee, la nostra mente è più attenta a riconoscersi in un gruppo di appartenenza, che rafforza la nostra identità, che non a valutare l’accuratezza delle informazioni» [1]. Inoltre, il bias di conferma va a nozze con le cosiddette bugie blu, restando in tema politico: «I bambini iniziano a dire bugie egoistiche verso i tre anni, quando scoprono che gli adulti non possono leggere i loro pensieri: non ho rubato quel giocattolo, papà ha detto che potevo, mi ha picchiato lui per primo. A circa sette anni iniziano a dire “bugie bianche” motivate da sentimenti di empatia e compassione: che bello il tuo disegno, i calzini sono un bel regalo di Natale, sei divertente.
    Le “bugie blu” appartengono a una categoria del tutto diversa: sono allo stesso tempo egoiste e vantaggiose per gli altri, ma solo se appartengono al proprio gruppo. Come spiega Kang Lee, psicologo all’Università di Toronto, queste bugie cadono a metà fra quelle “bianche” dette per altruismo e quelle “nere” di tipo egoista. “Si può dire una bugia blu contro un altro gruppo”, dice Lee, e questo rende chi la dice allo stesso tempo altruista ed egoista. “Per esempio, si può mentire su una scorrettezza commessa dalla squadra in cui giochi, che è una cosa antisociale, ma aiuta la tua squadra.”
    In uno studio del 2008 su bambini di 7, 9 e 11 anni – il primo del suo genere – Lee e colleghi hanno scoperto che i bambini diventano più propensi a raccontare e approvare le bugie blu via via che crescono. Per esempio, potendo mentire a un intervistatore sulle scorrettezze avvenuta durante la fase di selezione delle squadre in un torneo scolastico di scacchi, molti erano abbastanza disposti a farlo, e i ragazzi grandi più di quelli più giovani. I bambini che mentivano non avevano nulla da guadagnare personalmente; lo stavano facendo per la loro scuola. Questa ricerca suggerisce che le bugie nere isolano le persone, le bugie bianche le uniscono, e le bugie blu coalizzano alcune persone e ne allontanano altre. […] Questa ricerca – e queste storie – evidenziano una dura verità sulla nostra specie: siamo creature intensamente sociali, ma siamo inclini a dividerci in gruppi competitivi, in gran parte per il controllo della distribuzione delle risorse. […] “La gente perdona le bugie contro le nazioni nemiche, e dato che oggi in America molte persone vedono quelli dall’altra parte politica come nemici, possono ritenere – quando le riconoscono – che siano strumenti di guerra appropriati”, dice George Edwards, politologo alla Texas A & M e uno dei più importanti studiosi nazionali della presidenza» [2]. Per concludere, questo meccanismo psicologico è direttamente collegato al concetto della post-verità (posttruth), cioè alla non importanza della veridicità di una notizia. Vera o falsa che sia, l’unico fine di quest’ultima è quello di rafforzare i pregiudizi delle persone, è anche per questo motivo che il Debunking (sbufalamento) spesso e volentieri risulta essere inefficace [3]. Circa quest’ultimo punto, un dato teoricamente dovrebbe correggere una nostra errata convinzione, in realtà – paradossalmente – rischia di radicalizzare ulteriormente la stessa (backfire effect). Contestando un’affermazione vi è la possibilità che questa si pianti ancor più a fondo nel cervello (transparency of denial).
  • Bias di gruppo: bias che ci porta a sopravvalutare le capacità ed il valore del nostro gruppo di appartenenza, attribuendo perentoriamente alla sfortuna gli eventi negativi e al talento quelli positivi (basti pensare alle vittorie e sconfitte nello sport).
  • Bias d’autorità: detto ache principio d’autorità, porta le persone a credere per filo e per segno a tutto ciò che asserisce chi è in possesso di una laurea od un ottimo curriculum, anche se magari questo fantomatico esperto esce dalla sua sfera di competenze. Per la scienza i dati e gli studi contano più delle opinioni dei singoli individui, laureati o meno che siano. Ne aveva parlato bene il chimico e ricercatore Dario Bressanini nel suo articolo: Il potere mediatico del camice bianco.
  • Bias della negatività: tendenza a focalizzarsi principalmente sugli avvenimenti negativi, ignorando – almeno parzialmente – quelli positivi. Ciò può portare a sminuire se stessi e ad essere stressati.
  • Bias dell’ottimismo: l’optimis bias è molto più diffuso di quel che si potrebbe pensare e consiste nel vedere il proprio futuro in maniera molto più rosea di ciò che ci suggerirebbe la razionalità. Questo è una specie di trucco che mette in atto la nostra mente per ricercare serenità in periodi difficili.
  • Bias di ancoraggio: la prima informazione recepita diventa il capo saldo, l’ancora, del ragionamento successivo. Su di esso fanno leva tutte le persone che vogliono vendere qualcosa: si parte da un prezzo X e dopo si propongono prezzi un po’ più bassi che al confronto del prezzo iniziale (X) sembrano veramente convenienti.
  • Effetto carovana: rappresenta la tendenza a credere in qualcosa solo perché molte altre persone ci credono (i fedeli di Jim Jones ne sapevano qualcosa…).
  • Media bias: questo bias colpisce diversi giornalisti e fabbricatori di notizie. Riguarda la selezione delle notizie, delle storie ed il modo in cui esse vengono riportate.
  • Bias dello status quo: il cambiamento spaventa? Allora si tenta, anche inconsciamente, di prendere le decisioni più facili, quelle che lasciano le cose così come stanno.
  • Bias del presente: questo bias ci fa prendere delle decisioni che hanno il fine di gratificarci sul momento, in acuto, non valutando la bontà delle nostre scelte sul lungo periodo. Ciò si riflette soprattutto sui nostri acquisti e sul cibo che mangiamo (ruolo edonistico dell’alimentazione).
  • Bias d’azione: le persone sono portate ad agire anche quando intervenire porta a più svantaggi che altro.
  • Bias di omissione: al contrario di prima, le persone non agiscono anche se sarebbe logico farlo, probabilmente perché timorose di eseguire una azione (errata) e successivamente rimpiangerla. Venne osservato ciò durante le vaccinazioni che avevano lo scopo di contrastare un’epidemia (maggiori approfondimenti qui).
  • Bias di proiezione: percezione distolta della realtà. Riteniamo di pensare e vedere le cose sempre nella maniera giusta e ci sembra che anche le altre persone la pensino come noi (falso consenso).
  • Bias conservativo: ogni novità viene vista con grande sospetto e sottovalutata rispetto alle precedenti convinzioni.
  • Illusione della trasparenza: illusione di conoscere e percepire con estrema precisione lo stato mentale ed i pensieri di un’altra persona.
  • Effetto alone: la percezione di alcuni tratti è fortemente influenzata da altre caratteristiche dell’individuo che non hanno niente a che fare con i primi. Ne è un esempio il fatto che alcune persone tendano a considerare come intelligente un uomo solo perché elegante e di bell’aspetto.
  • Effetto alone inverso: il contrario di prima. Se un individuo od un oggetto ha una caratteristica negativa, allora anche gli altri tratti vengono percepiti come tali.
  • Ottimismo retrospettivo: visione distorta del passato, che ci porta a considerare e vedere in modo diverso (e migliore) gli avvenimenti che lo riguardano. Questo bias cognitivo è simile alla nostalgia, tuttavia quest’ultima non implica necessariamente una visione falsata. Ergo, si può essere nostalgici senza sopravvalutare a tutti i costi il passato. L’ottimismo retrospettivo è fortemente legato al declinismo, cioè quel bias che ci porta a pensare che tutto vada peggio rispetto ad una volta, anche quando oggettivamente non è così (Eh, ai miei tempi…).
  • Effetto novità: le nuove informazioni, specialmente se bizzarre e divertenti, vengono memorizzate meglio avendo una priorità nei meccanismo cognitivi della mente umana. Al contrario, le informazioni meno insolite – più “normali” – non vengono viste come prioritarie.
  • Bias dello scommettitore: errata percezione delle probabilità matematiche. Se alla tombola sono stati estratti di seguito quattro numeri pari, il quinto, seguendo questa (errata) logica, sarà molto probabilmente un numero dispari. Nulla di più sbagliato, le probabilità sono sempre 50 e 50.
  • Bias dell’angolo cieco: si manifesta nel momento in cui si ha la sensazione che le persone che ci stanno intorno vengano condizionate dai bias molto di più rispetto a noi.

La cosa peggiore è che noi il più delle volte siamo corrotti da bias e prendiamo decisioni sbagliate senza nemmeno rendercene conto…

Fallacie logiche
  • Argumentum ad hominem: durante una discussione vengono messe da parte le argomentazioni ed i contenuti per concentrarsi su degli attacchi alla persona.
  • Cherry Picking: il cherry picking è una tattica argomentativa, talvolta involontaria, che consiste nel rafforzare una tesi con l’ausilio di argomentazioni o prove ad essa favorevoli, escludendo a priori tutte quelle sfavorevoli, che pertanto la confuterebbero.
  • Argumentum ad ignorantiam: “l’assenza di evidenza non è essa stessa un’evidenza“, ma non lo sa chi cade, o ricorre, a questa fallacia logica. Se ad esempio non può essere provata la non esistenza di qualcosa (fantasmi, mostri vari, extraterrestri) ciò non sta a significare che quel qualcosa esista per forza.
  • Fallacia della brutta china: partendo da una determinata tesi si ipotizza  l’accadere di una sequenza di conseguenze (spesso gravi). Il più delle volte queste conseguenze vengono viste come pressoché inevitabili. Ad esempio, se si parte a bere una birra, di lì a poco si diventa alcolizzati. E se si prova uno spinello, sicuramente si passerà poi all’eroina.
  • Petitio principii: fallacia logica in cui si incappa quando la conclusione di un ragionamento conferma la premessa iniziale dello stesso. “Stephen King è un grande scrittore? Allora il suo ultimo romanzo è un gran bel libro!“.
  • Post hoc ergo propter hoc: tradotto letteralmente come “dopo di questo, quindi a causa di questo“, consiste nel ricondurre (con causalità) un avvenimento a ciò che è avvenuto subito prima. “Abbiamo pregato per ore ed il Signor Rossi si è risvegliato dal coma? Allora il Signor Rossi è stato salvato dalle nostre preghiere!” ma ovviamente un eventuale nesso temporale non sta necessariamente ad indicare un rapporto causa-effetto (anzi, spesso non è così).
Altre considerazioni

Non sempre è facile accorgersi degli errori insiti nelle proprie logiche argomentative e rivedere le proprie posizioni. Pensiamo ad esempio alla politica: quanto è piacevole discutere con persone del nostro medesimo orientamento politico – che quindi confermano le nostre posizioni di pensiero – e quanto è sgradevole, alle volte perfino irritante, farlo con chi ha idee molto diverse dalle nostre, magari diametralmente opposte o moralmente inaccettabili?

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente col microscopio elettronico a scansione. Tutto ciò è garantito dalla plasticità del nostro cervello.

Al riguardo ci sentiamo di consigliarvi le seguenti letture:

- Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)Cervello. Manuale dell'utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (Magrini M.)
- L'importanza dei romanzi per l'empatia e lo sviluppo sociale (Le Scienze)
Bias e ricerca scientifica

Nessuno è immune ai bias, ci mancherebbe altro. Ma la stessa ricerca scientifica è “livellata” per far sì che certi tipi di studi (i più attendibili) siano, per quanto possibile, esenti dai bias dei pazienti e degli stessi ricercatori.

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Per esempio, i trial clinici (studi sperimentali) per contrastare pregiudizi e convinzioni personali di pazienti e ricercatori possono essere di 3-4 differenti tipologie:

  • Randomizzati: i soggetti sono stati inseriti in maniera del tutto casuale all’interno di uno dei gruppi di studio (gruppo che riceve il trattamento o gruppo placebo).
  • Cieco: i soggetti dell’esperimento non sanno quale trattamento ricevano.
  • Doppio cieco: nemmeno i ricercatori sanno qual è il trattamento somministrato a ciascuno dei soggetti dell’esperimento.
  • Triplo cieco: se oltre ai ricercatori e ai pazienti vi sono degli esaminatori esterni, anche questi non sono a conoscenza della natura della somministrazione del trattamento (placebo oppure no) a cui vanno incontro i pazienti.

Senza questi “trucchi”, la ricerca scientifica non progredirebbe da secoli.

Qui un video di Dario Bressanini molto interessante inerente la “Sindrome da Premio Nobel”, che riprende un po’ il discorso sul principio d’autorità di cui abbiamo trattato prima.

Per ulteriori approfondimenti vi consigliamo le seguenti letture:
- Invito alla ricerca. Metodologia e tecniche del lavoro scientifico (García J. M.)
- Capire gli studi scientifici, mini-guida (E. Cravanzola)
Conclusioni

Bias, fallacie e modi di pensare, come già detto, il più delle volte sfuggono al nostro controllo ed alla nostra volontà. Difficilmente riconoscibili per i diretti interessati, è come se rientrassero nell’imponderabile. Sappiamo che ci sono e ci possiamo fare poco, indipendentemente di nostri sforzi.

Dato che tutto ciò è connaturato alla mente umana, non vi è una soluzione, un antidoto, un vaccino. Pesare le proprie parole, mettersi in discussione, non sentirsi sempre e comunque superiori alle altre persone è forse un buon modo per limitare l’influenza dei bias nella quotidianità ma il raggiungimento di una sorta di immunità è impossibile. In fondo, anche la sensazione di essere inscalfibili dai bias è data da un pregiudizio bello e buono (bias dell’angolo cieco).

Grazie per l’attenzione.

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Referenze

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Bias ed euristiche: cosa sono e quali sono i più frequenti (link)

Bressanini D. – Il potere mediatico del camice bianco (2016)

Di Schiena R. et al. – Bias di omissione: Un contributo al dibattito attraverso la proposta di un test empirico (2007)

Silverman C. – Lies, Damn Lies and Viral Content (2015)

[1] Le Scienze – Perché crediamo al nostro partito politico (2018)

[2] Le Scienze – Perché le “bugie blu” non fanno perdere consensi (2017)

[3] Zollo F. et al. – Debunking in a world of tribes (2017)

Cervello: istruzioni per l’uso

Il cervello umano è una macchina tanto affascinante quanto complessa. Da secoli infatti attira l’interesse di medici, scienziati, filosofi, psicologi e via discorrendo. Proprio a causa di questa sua complessità attualmente non conosciamo bene tutti i meccanismi che permettono a questa incredibile macchina di funzionare.

Da Vinci

Appunti e disegni di Leonardo Da Vinci

Anatomia

Il cervello, posizionato nella scatola cranica, ha un peso che si aggira intorno al chilogrammo e mezzo (1,5) ed ha un volume di circa 1100-1300 centimetri cubici (ovviamente con l’età questi numeri possono lentamente cambiare).

Ogni atlante di anatomia che si rispetti cita prima di tutti l’encefalo, ovvero l’insieme del cervello, cervelletto e midollo allungato. A differenza di quello che credono alcuni, va infatti specificato che encefalo e cervello non sono la stessa cosa.

Per il resto, la struttura anatomica del cervello dell’Homo Sapiens è la seguente:

  • Due macro-aree: telencefalo e diencefalo;
  • Sei lobi del telencefalo: lobo frontale, parietale, occipitale, temporale, limbico e dell’insulina;
  • Altri piccoli segmenti anatomici contenuti dal diencefalo: talamo, epitalamo, metatalamo, ipotalamo, subtalamo.

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La sostanza grigia che tipicamente dà colore ai cervelli non vivi, altro non è che corteccia cerebrale, la parte rugosa ed più esterna del telencefalo, ricca di neuroni, cellule della glia e fibre nervose (senza mielina). Essa, da sola, rappresenta circa il 90% del peso complessivo del cervello. Com’è ben noto, questa corteccia è di fondamentale importanza perché ha a che fare con il linguaggio, le capacità di pensiero, la memoria, la coscienza e l’attenzione.

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Come mostrato nell’immagine riportata sopra, la struttura del cervello è incredibilmente articolata, non facile da spiegare. Per questo motivo adesso andremo a vedere alcune delle caratteristiche più interessanti di esso, senza tuttavia descrivere troppo nel dettaglio ogni singolo componente di questa maestosa macchina. Per ulteriori approfondimenti vi rimandiamo ai testi consigliati al fondo dell’articolo.

Predizione

Il nostro cervello, anche in situazioni di completa calma e tranquillità, è costantemente impegnato a cercare di predire il futuro. Non a caso Stephen Hawking definiva l’intelligenza come «la capacità del cervello di predire il futuro attraverso analogie con il passato». E proprio dalla predizione pare dipendano pensieri, emozioni, percezioni, ricordi e altro ancora.

In pratica, è come se il cervello cercasse di intuire in anticipo cosa accadrà in un futuro più o meno prossimo in modo da farsi trovare pronto ad ogni imprevisto. Ciò è probabilmente legato a ragioni evolutive, alla sopravvivenza della specie umana. Quando noi camminiamo il cervello predice a ogni passo quando il piede raggiungerà il suolo. Privati di questo meccanismo di predizione, probabilmente non saremmo neanche in grado di camminare per pochi metri senza cadere, in special modo se la superficie a cui il nostro piede va in contro è irregolare.

Memoria

La memoria, come altre caratteristiche del cervello ha avuto una grande importanza durante il processo evolutivo dei Sapiens. Tramite essa infatti abbiamo tramandato linguaggi, usanze, racconti, tratti culturali e informazioni necessarie per sopravvivere. Nei millenni si è infatti distinta come meccanismo della paura (“Meglio non addentrarsi in quella foresta, ci sono dei pericoli“), come elemento sociale (gerarchie familiari, alberi genealogici), motorio e soggettivo (la personalità).

Esistono principalmente due tipologie di memoria, quella a breve termine e quella a lungo termine. La prima dura poco, una manciata di secondi. L’altra rappresenta praticamente tutto quello che sappiamo: lingue, volti, nomi, luoghi, nozioni, ideologie, numeri, e così via.

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I ricordi tendono ad imprimersi bene nella nostra memoria quando da parte nostra c’è una certa attenzione (parleremo meglio di ciò fra qualche paragrafo), meglio ancora se li associamo a qualche avvenimento.

Ad esempio quanti bambini e ragazzini ricordano dell’interruzione di una puntata della Melevisione durante l’attentato dell’11 settembre 2001?

Ma come funziona l’accesso ai ricordi? «Il fenomeno del recupero permette di andare a riprendere le informazioni immagazzinate nelle memorie permanenti. Il recupero è una modalità attiva e volontaria che talvolta richiede notevole sforzo. Il riconoscimento è il più delle volte un meccanismo passivo. Anche la semplice evocazione di una parola può attivare l’intero orizzonte a cui appartiene o facilitarne il riconoscimento e il recupero. Nel complesso le memorie permanenti funzionano per associazioni, che sono il meccanismo principale dei processi mnemonici» [1]. Le aree deputate al recupero dei ricordi sono quelle del lobo temporale, lobo occipitale e sistema limbico (insieme di strutture cerebrali collegate al lobo limbico).

Terry Sejnowski, professore del Salk Institute in California, facendo un raffronto con la matematica binaria dei computer, stima che la memoria totale del nostro cervello sia indicativamente di un milione di gigabyte (1 Petabyte). Non è da escludere che la nostra memoria totale possa anche essere superiore, dato che tramite meccanismi associativi è possibile salvare una quantità esorbitante di dati.

Acquisire ed elaborare nuove informazioni, nuove sensazioni, è tra l’altro un ottimo modo per contrastare l’invecchiamento neuronale.

Plasticità

La plasticità è la capacità (innata) del cervello di modificare la sua struttura nel tempo. Le esperienze sensoriali cambiano fisicamente questa struttura, ciò è possibile tramite l’azione dei neuroni, grazie agli assoni, ai dendriti ed alle spine di questi ultimi.

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In questa rappresentazione di neurone motorio possiamo osservare bene i dendriti e l’assone.

Quando affrontiamo seriamente un dibattito, guardiamo un documentario, leggiamo un libro o ragioniamo su un film appena visto al cinema, il nostro cervello subisce delle modificazioni, che sono appunto modificazioni strutturali. Parliamo ovviamente di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, visibili unicamente con sofisticati microscopi.

Recenti studi suggeriscono che siano gli astrociti, particolari proteine della neuroglia, a garantire al cervello una buona plasticità (e non solo) [14,15].

Questi mutamenti, per quanto lievi, ci accompagnano per tutto il corso della vita.

Intelligenza

Se volessimo parlare come si deve dell’intelligenza, cosa sicuramente non facile, potremmo definirla come l’insieme dell’apprendimento e comprensione, della consapevolezza di sé, della creatività e della capacità di adattarsi e cavarsela anche nelle situazioni più avverse e intricate.

Howard Gardner, psicologo di fama mondiale, distingue ben 9 tipi di intelligenza: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale. Esse sono allenabili e se non utilizzate, col passare del tempo, anche nei soggetti più fortunati possono decadere.

Il famigerato quoziente intellettivo (QI) non è un parametro attendibile per valutare l’intelletto di un soggetto, dato che si riferisce principalmente all’intelligenza logico-matematica, quindi teoricamente solo a 1/9 dell’intelligenza di un essere umano. A riprova di quanto affermato prima circa l’allenabilità della mente, l’attuale popolazione terrestre è mediamente più abile nelle questioni di natura logico-matematica rispetto a quella dell’inizio del ventesimo secolo, lo testimoniano i differenti valori del QI osservati di generazione in generazione (Alfred Binet sperimentò per primo il test nel 1904). Questo innalzamento del QI è detto effetto Flynn, dal nome del suo scopritore. Tuttavia, è bene specificare che riguardo a questo effetto ci sono alcune controversie [5].

L’uomo, specialmente da bambino, va a inconsapevolmente a lavorare sulle proprie capacità intellettive. Lo fa per esempio quando sta in mezzo agli altri bambini all’asilo, alla scuola primaria, relazionandosi con gli adulti, giocando, studiando, maneggiando dispositivi tecnologici.

Come alcuni già sapranno, l’intelligenza è anche una questione genetica. Ebbene sì, la natura spesso è ingiusta, infatti in base alla presenza o meno di alcuni determinati geni ci sono persone più portate ad essere intelligenti ed altre meno. La ricerca scientifica ha già individuato più di mille geni – per la precisione 1016 – coinvolti nello sviluppo dell’intelligenza [2]. Volendo volgarizzare il tutto, si è visto come con i “geni giusti” sia più facile avere una marcata intelligenza e un organismo in grado di contrastare efficacemente l’insorgere di patologie quali l’Alzheimer, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Di contro, sono 599 i geni identificati che stanno dietro alla stabilità emotiva e alcune varianti di questi geni espongono a una elevata propensione alla depressione e schizofrenia [3].

Attualmente si stima che lo sviluppo delle capacità intellettive dipenda per il 53% da questioni legate alla genetica individuale [4].

La notizia per qualcuno potrebbe essere una doccia fredda ma girarsi dall’altra parte non avrebbe senso. La natura umana è questa, non bisogna gioire o disperarsi ma solo accettare i fatti.

Sensi

Voi tutti conoscerete i sensi, no? I soliti cinque: vistagusto, tatto, udito e olfatto. Sapete anche che non è del tutto corretto limitarsi a citare solamente questi cinque?

Esistono infatti anche altri sensi un po’ meno noti, il cui funzionamento è garantito da specifici organi che mandano segnali al cervello. Per esempio siamo dotati di propriocezione, ovvero la capacità di percepire e riconoscere i segmenti corporei nello spazio, la nocicezione (senso del dolore), la percezione delle sensazioni termiche (termocezione), eccetera.

In quanto ad efficienza dei sensi l’uomo non primeggia in natura. Esistono infatti molti animali in grado di cogliere suoni a frequenze a noi impercettibili, o vedere cose che noi non riusciamo a visualizzare (luce ultravioletta). Se pensiamo agli affascinanti pipistrelli: «…oltre a emettere un’ampia gamma di segnali sonori per comunicare con i propri simili, essi utilizzano i suoni per orientarsi nello spazio e cacciare. Grazie alla ecolocalizzazione, una specie di sonar biologico, i pipistrelli lanciano segnali sonori a frequenze specifiche e ascoltano gli echi che questi producono rimbalzando sulle superfici circostanti per individuare gli oggetti e le prede» [6].

biosonar

Altre informazioni sul sistema di ecolocalizzazione le potete trovare qui

Il sistema di “biosonar” utilizzato dai pipistrelli si può trovare anche in altri mammiferi come i delfini. Inoltre, alcune macchine costruite dall’uomo come i sottomarini ricorrono all’ecolocalizzazione.

Emozioni e sentimenti

L’essere umano è in grado di provare emozioni e sentimenti. Questi non sono così facilmente catalogabili, sono numerosi (molte decine) e sovrapponibili.

Dietro alla capacità di provare amore, gelosia, felicità, paura, pietà, odio, tristezza, nostalgia, pessimismo, empatia, crudeltà, panico, simpatia, ecc. vi sono ragioni evolutive più o meno note.

Volendo essere sintetici, fin dall’antichità l’amore è servito all’uomo per riprodursi e dar vita a famiglie numerose, garantendo la sopravvivenza della specie. Come spiegato nel bellissimo libro Sapiens, scritto dallo storico Yuval Noah Harari, vi sono delle prove abbastanza chiare che testimoniano l’empatia e la solidarietà verso i più deboli (soggetti disabili) provate dai Neanderthal oltre 100.000 anni fa. Questa specie umana estintasi da molto tempo (circa 40.000 anni), grazie all’importante e pesante cervello riusciva a provare forti sentimenti, tanto da legarsi e riprodursi con alcuni Homo Sapiens (teoria della fusione) [7,8,9].

Ma se l’uomo è sopravvissuto tanto deve ringraziare anche un’emozione primaria di pericolo come la paura, tramite essa si è tenuto lontano da molti pericoli mortali. E con la simpatia, l’empatia, la felicità, è riuscito a convivere in famiglie, gruppi, villaggi e città via via sempre più grandi e organizzati.

Ovviamente tutto ciò è assai più complesso di come riportato qui, per ogni emozione e/o sentimento ci sono un’infinità di reazioni chimiche che avvengono all’interno del nostro organismo, dall’ossitocina e la dopamina per l’amore, al testosterone e l’adrenalina per l’aggressività, e così via.

Coscienza

Come tutte le altre cose elencate in questo articolo, anche la coscienza non è facilmente definibile, ma va fatto comunque un tentativo.

La coscienza è la percezione di sé, dei propri pensieri, delle proprie azioni e dell’ambiente circostante. Essa è attiva quando siamo svegli ed entra in una sorta di stand-by quando dormiamo. Risulta difficilissimo studiarla poiché non stiamo parlando di un elemento fisico da vivisezionare e mettere sotto la lente di un microscopio. Per questa ragione i progressi scientifici circa questo argomento sono piuttosto lenti.

A differenza di quel che si credeva in passato, l’uomo non è l’unico mammifero dotato di coscienza. Si è infatti osservato che, a livelli diversi, anche altri mammiferi abbiano coscienza [10]. Ne sono un esempio i delfini, elefanti, scimpanzé e i gorilla. Com’è facilmente intuibile, è l’Homo Sapiens l’essere vivente che gode della più elevata coscienza, paradossalmente questo non implica necessariamente che le persone mettano sempre la giusta dose di coscienza nelle loro azioni.

Attenzione e apprendimento

Fin dalla nascita il cervello umano è programmato per concentrarsi e prestare attenzione ai più svariati stimoli, rispondendo ed imparando qualcosa da questi ultimi.

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Noi, quasi fossimo un computer od uno smartphone, siamo dotati di una specie di multitasking. Per chi non lo sapesse, in informatica il multitasking permette di eseguire più programmi contemporaneamente. Tuttavia, la versione umana di questa funzionalità è decisamente limitata, pertanto non è possibile riuscire a gestire con estrema efficienza più cose simultaneamente. Pinco Pallino può benissimo ascoltare musica e contemporaneamente leggere la Critica della ragion pura di Kant, ma nel caso volesse capire al meglio ciò che c’è scritto nel testo o concentrarsi per bene sulle liriche delle canzoni ascoltate, dovrà necessariamente fare una cosa o l’altra, non entrambe in contemporanea. A riprova di quanto appena detto, esiste un bug dell’attenzione, detto attentional blink, il quale porta ad un breve spegnimento dell’attenzione quando si passa da uno stimolo dell’interesse all’altro [11], questo spegnimento mediamente dura circa un secondo (1″). Come riportano i ricercatori Paola Sessa e Roberto Dell’Acqua [12], se abbiamo due stimoli visivi (T1 e T2) presentati in rapida successione, indagando sui limiti cognitivi insiti nell’uomo scopriamo che: «I risultati ottenuti […] suggeriscono con forza che uno o più stadi di elaborazione di T1 interferiscono con l’elaborazione di T2 se l’intervallo temporale tra T1 e T2 (stimulus onset asynchrony; SOA) è inferiore ai 500-600 ms. Questo fenomeno è stato denominato Attentional Blink (AB)».

Quando noi decidiamo di prestare attenzione a qualcosa di specifico si parla di attenzione volontaria. Si parla invece di attenzione automatica quando ad esempio sentiamo un improvviso boato e ci voltiamo immediatamente in direzione del suono appena udito. Il sistema dell’attenzione è regolato dalla dopamina e talvolta, per questioni genetiche non ancora del tutto definite, questo sistema può essere difettoso. Stiamo infatti alludendo al già citato ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività). Esso si manifesta nei primi anni di vita e generalmente scompare con il raggiungimento dell’età adulta, ma in una stretta cerchia di casi può persistere anche nelle persone più grandi.

Benché non sia ancora chiaro se c’è esiste una distinta sede anatomica che regola l’attenzione, è stata notata un’intensa attivazione della corteccia prefrontale (parte anteriore del lobo frontale del cervello) e del lobo temporale correlata, appunto, all’attenzione.

Riguardo invece all’apprendimento, possiamo affermare senza alcun timore di smentita che nessun essere vivente è in grado di apprendere quanto l’Homo Sapiens. Da quando viene al mondo, fino al giorno della sua morte, egli continua ad analizzare informazioni, immagazzinando ed apprendendo nuove cose.

Sembrerà un’assurdità ma il cervello impara meglio se è convinto di poter imparare meglio. Più un determinato argomento è complicato e più occorre impegnarsi portando il cervello fuori dalla sua comfort zone.

Ripetere, ripetere e ripetere è il modo con cui si possono apprendere nuove nozioni. In questo processo sono coinvolte le sinapsi, i neuroni e le cellule gliali.

L’apprendimento, anche motorio, ha delle fasce d’età in cui è facilitato (età prescolare, 3-6 anni) ma questa non è una buona scusa per gettare la spugna. Sia che si parli di apprendere una nuova lingua o iniziare a fare seriamente attività fisica.

Dei neuroni speciali?

Le capacità cognitive dell’uomo sono superiori a quelle degli altri mammiferi grazie alla sua corteccia cerebrale assai sviluppata, alla sua incredibile propensione alla socialità ed alla competitività che l’hanno distinto da tutto il resto fin da quando i sapiens fecero la loro comparsa sulla Terra, nella seconda metà del pleistocene.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Una certa superiorità del nostro cervello potrebbe essere data da dei particolari neuroni non presenti negli altri mammiferi, i neuroni rosehip (foto a sinistra). Questi sono stati recentemente identificati da dei ricercatori Ungheresi e Americani nel primo dei sei strati della corteccia cerebrale, lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature [13].

Tanto per fare un esempio, potrebbero essere proprio queste cellule cerebrali le responsabili della coscienza umana. Tuttavia, questa scoperta deve ancora essere confermata da studi più autorevoli, nulla è ancora certo.

Approfondimenti

Ecco alcuni articoli e libri consigliati per chi volesse approfondire questi argomenti:

Atlante di neuroscienze di Netter (D. L. Felten e colleghi)
- Cervello. Manuale dell'utente (Magrini M.)
- Cervello e intelligenza motoria (Cravanzola E.)
- Qualche breve lezione sul cervello (Vincent J. D.)Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (J. Haidt)
- Le basi genetiche dell'intelligenza e della stabilità emotiva (Le Scienze)

Buona lettura.

 

Grazie per l’attenzione!

yoda

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Referenze

[1] Vincent J. D. – Qualche breve lezione sul cervello. Per capire l’oggetto più complicato che sia mai stato costruito (2016)

[2] Savage J. E. et al. – Genome-wide association meta-analysis in 269,867 individuals identifies new genetic and functional links to intelligence (2018)

[3] Nagel M. et al. – Meta-analysis of genome-wide association studies for neuroticism in 449,484 individuals identifies novel genetic loci and pathways (2018)

[4] Sniekers S. et al. – Genome-wide association meta-analysis of 78,308 individuals identifies new loci and genes influencing human intelligence (2017)

[5] Trahan L. et al. – The Flynn Effect: A Meta-analysis (2014)

[6] Artana S. – Quando i neuroni fanno “shhh”: come i pipistrelli selezionano i suoni che vogliono sentire (Focus, 2010)

[7] Le Scienze – Più di 100.000 anni fa l’incrocio tra sapiens e Neanderthal (2016)

[8] Gaianews.it – Scoperto primo ibrido tra Neanderthal e Homo Sapiens (2013)

[9] Gaianews.it – Perché Homo sapiens è sopravvissuto agli altri ominidi (2018)

[10] Kirkwood J. et al. – Consciousnesscognition and animal welfare (2001)

[11] Raymond J. E. et al. – Temporary suppression of visual processing in an RSVP task: an attentional blink? (1992)

[12] Sessa P. et al. – Il fenomeno “Attentional Blink” (2008)

[13] Boldog E. et al. – Transcriptomic and morphophysiological evidence for a specialized human cortical GABAergic cell type (2018)

[14] Elena Blanco-Suarez et al. – Astrocyte-Secreted Chordin-like 1 Drives Synapse Maturation and Limits Plasticity by Increasing Synaptic GluA2 AMPA Receptors (2018)

[15] Le Scienze – Un cervello plastico grazie agli astrociti (2018)

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo (2017)

Rossi A. F. et al. – The prefrontal cortex and the executive control of attention (2009)

James Flynn – Why our IQ levels are higher than our grandparents’ (TED, 2013)

Le Scienze – Le basi genetiche dell’intelligenza e della stabilità emotiva (2018)

Le Scienze – Geni e intelligenza: un rapporto sempre più complesso (2017)

Ulisse – Alla scoperta della mente (Rai.TV, 2011)

Le Scienze – Il dialogo adulto-bambino e lo sviluppo cerebrale (2018)

Worley W. – Disabled Neanderthal survived into old age because he was looked after (The Times, 2017)

M. Brice – Ancient Bones Show That Caring for the Disabled Is as Old as Society Itself (Medical Daily, 2012)

De Giuli M. – Emozione, ragione e sentimento (Il Tascabile, 2018)

Cervello e intelligenza motoria

Che cos’è l’intelligenza? E quella di tipo motorio? Cosa c’entra la psicologia?

Nel seguente articolo cercheremo di fornire delle risposte a queste domande.

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Quanto segue è un approfondimento della quinta puntata del Podcast di Top Conditioning, ascoltabile e scaricabile gratuitamente a questo link.

Intelligenza e predizione

Sin dall’alba dei tempi filosofi, psicologi, sociologi, medici e altri studiosi di vario tipo si sono arrovellati il cervello nel tentativo di comprendere al meglio e definire l’intelligenza umana. Il giornalista scientifico Marco Magrini, nel bellissimo testo “Cervello. Manuale dell’utente“, parla dell’intelligenza nel seguente modo:

Nel suo libro “On intelligence”, Hawkins definisce l’intelligenza come «la capacità del cervello di predire il futuro attraverso analogie con il passato». Il che potrebbe essere addirittura un po’ riduttivo. «Nuovi studi scientifici – scrive Lisa Feldman Barrett, una psicologa della Northeastern University – suggeriscono che pensieri, emozioni, percezioni, ricordi, decisioni, categorizzazioni, immaginazioni, e molti altri fenomeni mentali storicamente considerati come processi cerebrali distinti, possono essere riuniti sotto un singolo meccanismo: la predizione».

[…]

In poche parole, il cervello predice costantemente le proprie percezioni. È un po’ come se guardasse sempre nel futuro, più o meno prossimo.

[…]

Si potrebbe dire che il cervello ha questa ossessione per il futuro perché è l’unico modo che ha per gestire gli imprevisti e le incertezze della vita, e che quindi è evolutivamente motivata. La mostruosa mole di informazioni, interne ed esterne, che il suo encefalo calcola ogni secondo è spesso poco chiara ed ambigua, così lui ripara cercando immaginare cosa accadrà. Per l’esattezza, deve fare un’enorme sequenza di inferenze (dal latino inferre, “portare dentro”), al fine di predire l’immediato futuro.

(Magrini M.)

Restando in tema, quando noi camminiamo il cervello predice a ogni passo quando il piede raggiungerà il suolo. Privati di questo meccanismo di predizione, probabilmente non saremmo neanche in grado di camminare per pochi metri senza cadere, in special modo se la superficie a cui il nostro piede va in contro è irregolare.

Tipi di intelligenza per la psicologia

Come molti sapranno, negli anni numerosi psicologi hanno tratto il tema dell’intelligenza, provando a definirla e classificarla in varie tipologie. Una delle classificazioni più note è indubbiamente quella fatta dallo psicologo statunitense Howard Gardner, il quale distingue ben 9 tipi di intelligenza*: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale.

*inizialmente sette, altri due vennero aggiunti negli anni novanta.

Come per le abilità motorie e per le capacità condizionali e coordinative, esse sono allenabili e se non utilizzate, col passare del tempo, anche nei soggetti più fortunati possono decadere.

Per questo motivo è troppo semplicistico, nonché arrogante, giudicare le persone dividendole in due macrocategorie, intelligenti o stupide. L’essere umano è qualcosa di assai più complesso e sfumato. Al riguardo Einstein diceva: «Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido».

Tonando a noi, l’intelligenza che ci interessa di più trattare in questo articolo, come da titolo, è ovviamente quella corporeo-cinestetica, talvolta volgarmente definita “motoria”. Coinvolge alcune aree del cervello ben specifiche (cervelletto, talamo e gangli fondamentali). I soggetti in cui questa intelligenza è più sviluppata, presentano un’efficienza motoria ed una padronanza dei movimenti corporei molto superiore alla media. Essa riguarda non solo gli sportivi ma anche chi si occupa di lavori manuali che richiedono una certa precisione (abilità fino motorie). La sua valenza è inoltre allargata agli usi espressivi del corpo, come quelli adottati dagli attori.

Tanto per fare un esempio più pratico, gli atleti con skills motorie di un certo livello apprendono movimenti e gesti tecnici a loro nuovi quasi sempre con un’elevata rapidità. Ne parlava bene un paio d’anni fa Donato Formicola, docente universitario, ricercatore e coach di weightlifting per la Federazione Italiana Pesistica (FIPE). Egli aveva raccontato di come fosse stato semplice insegnare due alzate olimpiche complesse come lo stappo (snatch) e lo slancio (clean and jerk) a degli sciatori agonisti che prima di allora non avevano visto quelle alzate con bilanciere.

Del resto, anche durante la quotidiana pratica sportiva, a tutti può capitare di osservare alcuni principianti apprende nuovi gesti tecnici con un’incredibile agevolezza ed altri ancora, imparare i medesimi in più tempo, palesando una maggior difficoltà.

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Inoltre, per concludere, come peraltro è ben noto in letteratura scientifica, lo sviluppo dell’intelligenza è fortemente condizionato, oltre che dall’ambiente in cui cresciamo (che in qualche modo ci plasma), anche da fattori genetici [1,2]. I quali determinano perfino la struttura cerebrale [3].

Ulteriori approfondimenti li potete trovare nelle referenze al fondo dell’articolo.

Grazie per l’attenzione!

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Referenze

Magrini M. – Cervello. Manuale dell’utente (2017)

Le Scienze – Per dare un senso al presente, il cervello prevede il futuro (2018)

Howard Gardner – Wikipedia

[1] Bartles M. et al. – Genetic and Environmental Influences on the Development of Intelligence (2002)

[2] Bouchard T. J. Jr – Genetic and environmental influences on adult intelligence and special mental abilities (1998)

[3] Thompson P. M. – Genetic influences on brain structure (2001)