Top Conditioning

"Within our dreams and aspirations we find our opportunities"

SISIFO DOCET!

Quanto rimane, è un destino di cui solo la conclusione è fatale. All’infuori di questa unica fatalità della morte, tutto – gioia o fortuna – è libertà, e rimane un mondo, di cui l’uomo è il solo padrone.

Albert Camus, Il mito di Sisifo (1942)

Un blog dedicato principalmente alla preparazione atletica e al fitness che cita Albert Camus, scrittore e filosofo dello scorso secolo?!? Ebbene sì, ho deciso di dedicare una pagina del sito, la più imboscata, alla scrittura di qualcosa di intimo. Non a caso ho principiato questo breve scritto con un libro fortemente esistenzialista: Il mito di Sisifo. Se avete due minuti lasciatevi trasportare dalle prossime righe.

Secondo la mitologia greca, Sisifo era un uomo tanto scaltro quanto privo di scrupoli che venne condannato dagli dèi a spingere per l’eternità un masso sulla cima di una montagna ma ogni volta che egli arrivava nei pressi della vetta, la grossa pietra gli scivolava e tornava ai piedi del monte (in questo modo Sisifo doveva ricominciare sempre daccapo). Albert Camus commentò questo antico mito dicendo, fra le altre cose, che «Bisogna immaginare Sisifo felice». Perché la lotta contro le vette è un modo per riempire il cuore di un uomo, una lotta per il senso alla vita. Ma ora mettiamo in pausa gli orpelli filosofici per concentrarci un attimo su di me.

Non credo di essere mai stato particolarmente talentuoso in alcunché: sport, studio, modi di fare, successo con le ragazze… Della dedizione o di quella che gli americani chiamano “work ethic” neanche a parlarne. Ma un bel giorno di oltre dieci anni fa, per puro caso, mi appassionai agli sport da combattimento tramite un coetaneo conosciuto in un campeggio ligure. Bastarono un paio di partite ad un videogioco per la sua Xbox 360 (UFC Undisputed 2010) per farmi infatuare delle mazzate in gabbia. Era da più di un anno che avevo smesso di praticare sport. Il nuoto era diventato troppo noioso, di andare a correre non se ne parlava proprio ed il karate che avevo praticato in gioventù non mi mancava per nulla. Decisi quindi, prendendomi i miei tempi, di tornare ad indossare un kimono, questa volta per praticare brazilian jiu jitsu. Al contempo, nella speranza di mettere qualche soldo da parte, mi iscrissi al corso per diventare arbitro di calcio (FIGC/AIA) e passai con successo i test. Ad essere onesto non durai molto in nessuno dei due ambienti: sopportai le lezioni di bjj per poche settimane e vestii i panni di un direttore di gare per due anni scarsi, ma calcare il tatami in fondo mi era piaciuto e, stranamente, correre a perdifiato sul campo di atletica con altri arbitri non era stato così tremendo. Dopo aver salutato il tatami dedicato jiu jitsu, approdai quasi immediatamente a quello di una seconda palestra che si dedicava invece agli sport di striking. Ebbe così inizio il mio amore per la kickboxing (che perdura tutt’oggi).

Nel corso del tempo, credo che la passione per gli sport da combattimento mi abbia reso via via più metodico e disciplinato, ma senza scadere in una brutta controfigura del Sergente maggiore Hartman. Di lì a poco la scelta di intraprendere un percorso universitario inerente i miei interessi sportivi – quindi le Scienze Motorie – tanta pratica sul campo, tanto studio e l’ottenimento dell’agognato pezzo di carta. Più, ovviamente, un futuro estremamente incerto.

Non credo di avere qualcuno che mi abbia ispirato più di tanto nel diventare ciò che sono, nel bene e nel male. Mi sono sempre sforzato, e mi sforzo tuttora, di trarre il meglio da qualunque persona o esperienza. Da ogni avvenimento e incontro può esserci da apprendere, rimanendo coi piedi per terra, senza scadere nell’idolatria o il tifo da stadio. Personalmente mi ha sempre colpito la frase di Ludwig Wittgenstein: «Tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli. E questo significa non crearne di nuovi», crescendo ne ho fatto un mantra.

Tutte queste riflessioni per mettervi al corrente del fatto che il sottoscritto nello sport, nella cura cura del corpo e della mente ha trovato una ragione di vita, o per meglio dire, una delle ragioni di vita. Un modo per dare un senso all’inesorabile scorrere del tempo. Riprendendo Camus, potremmo sostenere che la lotta per il senso della vita è essa stessa il senso della vita. Non ha ragione di esistere una accettazione passiva della propria condizione esistenziale.

Se come sosteneva Jean-Paul Sartre, e qui concludo, noi siamo condannati a essere liberi, allora vuol dire che non abbiamo scusanti, siamo (quasi) totalmente responsabili di ogni nostra azione e di come ci sentiamo dentro. Dobbiamo considerarci a tutti gli effetti “autori” del nostro stato emotivo e artefici del nostro percorso su questa terra.

Buon allenamento e buona vita.

Enrico.